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Michele Colucci e Stefano Gallo, L’emigrazione italiana. Storia e documenti

Brescia, Morcelliana, 2015, pp. 308, € 25.

Concepito soprattutto per la didattica a livello scolastico con una particolare attenzione alla dimensione dell’interculturalità, questo volume ripercorre la storia dei fenomeni migratori contemporanei del nostro Paese, tenendo in considerazione tanto le condizioni interne alla penisola quanto i condizionamenti internazionali. L’evoluzione dei flussi migratori riflette più in generale la trasformazione della società italiana.

La struttura del libro segue una periodizzazione che consente di enfatizzare i legami tra l’emigrazione e i nodi cruciali della storia dell’Italia contemporanea. Da prima dell’Unità d’Italia fino ad oggi, gli autori ripercorrono le fasi alterne di espansione e contrazione dell’emigrazione italiana individuando origini, cause, tappe ed esiti.

Il capitolo introduttivo fornisce gli strumenti concettuali e metodologici necessari per una lettura più consapevole; sono illustrate le varie tipologie di migrazioni e i meccanismi di funzionamento dei flussi migratori.

In linea con le più recenti conclusioni storiografiche, che tendono a presentare la mobilità come una caratteristica plurisecolare della penisola, l’emigrazione italiana è analizzata da prima della nascita dello Stato italiano. Già in epoca preunitaria esiste infatti una mobilità interna ed esterna. I suoi «pionieri» sono coloro che esercitano i tipici mestieri itineranti, ai quali si affiancano gli esuli politici dopo il fallimento dei moti risorgimentali della prima metà dell’Ottocento.

Il fenomeno migratorio esplode come esodo di massa nell’Italia liberale, tra l’ultimo quarto del xix secolo e lo scoppio della Prima guerra mondiale. La «grande emigrazione», favorita dall’abbattimento dei costi e dei tempi di trasporto, coincide con la più intensa fase emigratoria nella storia italiana e vede un aumento vertiginoso e progressivo delle partenze verso mete non solo europee ma anche transoceaniche. 

Il periodo tra le due guerre mondiali è caratterizzato dalla chiusura degli sbocchi migratori, in seguito all’adozione di misure restrittive nei Paesi di arrivo come il sistema delle «quote nazionali» negli Stati Uniti. L’Italia fascista, oltre a provocare l’esodo degli oppositori del regime, promuove spostamenti di lavoratori, sia verso le zone bonificate all’interno del territorio nazionale sia nelle colonie di popolamento in Africa. 

Una ripresa significativa della mobilità italiana si verifica durante la ricostruzione postbellica. La nuova classe dirigente ricorre all’emigrazione come «valvola di sfogo» per alleviare le tensioni sociali e ridurre la disoccupazione. A tal fine, stipula accordi bilaterali con alcuni Paesi dell’Europa occidentale, incoraggia il processo d’integrazione europea e auspica che perfino l’adesione al Patto Atlantico favorisca l’esodo dei lavoratori. Negli anni del «miracolo economico», la mobilità si reindirizza anche verso le aree industrializzate del Nord Italia e, a metà degli anni settanta, per la prima volta, i rimpatri superano gli espatri, a causa dalla crisi economica internazionale seguita allo shock petrolifero del 1973. 

Rispetto al luogo comune che vorrebbe l’Italia trasformata in un Paese di immigrazione, il testo sottolinea che, ancora negli anni duemila, persiste una consistente mobilità in uscita. In questo ambito ricevono una particolare attenzione, da un lato, la «fuga dei cervelli» che interessa il mondo scientifico e della ricerca e, dall’altro, il forte aumento di lavoratori impiegati in agricoltura in Australia grazie al visto vacanza-lavoro. 

In un contesto in cui il transnazionalismo è divenuto uno dei principali paradigmi interpretativi dei fenomeni migratori, il libro si sofferma non solo sulle sue manifestazioni tradizionali, come le rimesse, ma pure sulle sue espressioni più recenti, in relazione al recupero della cittadinanza italiana da parte dei discendenti degli emigrati, grazie alla legge 91/1992, e al voto per corrispondenza dei cittadini italiani all’estero, in virtù dei provvedimenti del 2000 e del 2001.

Il volume presenta una peculiare struttura interna, che richiama l’opera pionieristica ma ormai datata di Zeffiro Ciuffoletti e Maurizio Degl’Innocenti, L’emigrazione nella storia d’Italia, 1868-1975. Storia e documenti (Firenze, Vallecchi, 1978): ogni capitolo consta di una parte interpretativa e una antologica, comprendente una selezione eterogenea di testi (lettere, diari, interviste, convenzioni internazionali, leggi, brani tratti da opere letterarie nonché pagine di pubblicistica e storiografia). Nella varietà delle fonti e delle narrazioni, che dà ragione della complessità di un fenomeno dalle molteplici dimensioni e implicazioni, sono individuabili alcuni temi ricorrenti: reti migratorie, ruolo di intermediari/facilitatori («agenti di emigrazione»), meccanismi di feedback, la questione della parità di trattamento tra lavoratori stranieri e autoctoni, globalizzazione del mercato del lavoro, identità transnazionali.

Dall’analisi comparata delle più svariate esperienze migratorie dell’età contemporanea si desume la centralità dell’emigrazione nella storia economica e sociale italiana. La circolazione delle persone rappresenta, per l’Italia, «un fatto strutturale e strutturante», per dirla alla Braudel. 

Riscoprire la storia dell’emigrazione italiana è di fondamentale importanza, soprattutto in un contesto interculturale in cui siamo chiamati ad affrontare le nuove sfide dell’integrazione e dell’apertura alla diversità. Uno dei pregi di questo volume è di aiutarci a comprendere meglio le dinamiche attuali della mobilità umana e a pensare a una più seria politica delle migrazioni nell’Italia di oggi. 

 

Mariavittoria Albin

 
 

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