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Luigi Fontanella, L’adolescenza e la notte

Firenze, Passigli, 2015, pp. 90, € 12,50.

Reduce da una stagione di importanti riconoscimenti come i premi «Frascati» alla carriera, «Pascoli» e «Giuria-Viareggio», il poeta interculturale (italiano e americano) Luigi Fontanella consegna ora il suo nuovo bagaglio poetico al libro intitolato L’adolescenza e la notte. È, diciamolo subito, il libro di un autore che ha forte dimestichezza con l’ascolto della memoria, con lo strenuo esercizio di un cuore messo a nudo, in un confronto più serrato con gli anni che lo videro adolescente nelle terre attorno a Salerno negli anni ’50. Più precisamente fu il 1956 la data da conservare per lui epocale, col trasferimento a Roma tredicenne mentre nel mondo correvano avvenimenti che ne avrebbero causato sismi significativi (la crisi di Suez, l’invasione russa dell’Ungheria, la tragedia dell’«Andrea Doria» e di Marcinelle). Per Fontanella, a livello personale come avveniva per molti in quel tempo, fu anche la visione di un film sconvolgente come Vertigo («La donna che visse due volte») di Hitchcock, uscito nel detto anno, a renderlo avvertito della sostanziale ambiguità del mondo che ci circonda.

Tutto ciò che si svolse fino a quell’anno fatale ha fondato le immagini archetipiche del tessuto memoriale dell’autore. Egli ne dà conto in sequenze che amiamo immaginare come filamenti che d’incanto si svolgono in fotogrammi e lasciano emergere almeno «5 anni della mia adolescenza / via Parmenide 30», costellati di concitate gare di monelli per le strade e nel cortile di casa, tra baruffe e primati inservibili, tra istinti e animosità improvvise poi dissoltesi nel prosieguo dell’età. Il caro tempo delle scoperte e delle libere corse lungo i sentieri dell’ignoto ora ritorna dopo quasi sessant’anni a scoprirsi lontano ma vivo, pur se per lampi e lacerti quasi sottratti al buio accumulato dalla ragione adulta e cosciente. Un’adolescenza di quegli anni oggi sa di storia, si veste di un’antropologia tutta meridionale e mediterranea, appena Fontanella accenna anche alla presenza abbacinante del sole estivo, alla scoperta innocente del sesso, ad una «stanza bianchissima» di luce rivelatoria. È un film in bianco e nero, tutto mangiato ai margini, proiettato su una tela bucata, in cui però ci sono i volti dei compagni di scuola, nominati ad uno ad uno per riscatto di memoria, e di cui si indovinano anticipati nello specchietto retrovisore i diversi destini.

As we were, potrebbe dire a questo punto l’altro sé americano di Fontanella, che da molti anni è di stanza a Long Island pendolando ormai fifty-fifty con Firenze dove stampa dal glorioso Olschki la sua bella rivista Gradiva. Dall’altra parte dell’oceano e dell’emisfero vitale c’è la notte del titolo di questo libro. Scrive allora il nostro: «Scavo ogni notte nella mia caverna», e spesso sogna un treno con «tutti quelli che ho amato». I libri gli sono compagni e «bruciano la mia e la loro storia». In una nota finale Fontanella ci informa che la sezione eponima è stata composta in dormiveglia, un vero e proprio esperimento «surrealista», vista la sua familiarità con Breton e C. per averne trattato in impegnativi saggi. 

Il versante notturno, che mescola materiali consci con altri inconsci, favorisce ancora di più l’insorgenza di «paesaggi sospesi e fluttuanti – come dice Lagazzi nella sua prefazione – tra realtà e sogni, fra la lucidità e le brume della memoria». Tra buio e buio, Fontanella tesse i suoi faticosi filamenti di memoria, restituendoli a quell’evidenza immaginativa che solo l’energia poetica può consentire. Una battaglia combattuta con l’oblìo, con il dissolvimento della propria presenza e della propria identità di uomo proiettato in un’epoca di ipernomadi, di cybernauti, di pragmatici 2.0. Un’occasione, ancora, e un’umile quanto tutta umana (troppo umana?) vittoria di segni (e sogni) esistenziali che lasciano dialogare il giorno con la notte, il ciò che fu col ciò che è di una persona rimasta intimamente unitaria, fedele al «cuore di una volta». 

Sergio D’Amaro

 
 

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