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Edvige Giunta and Joseph Sciorra, eds., Embroidered Stories: Interpreting Women’s Domestic Needlework from the Italian Diaspora

Jackson (MS), University Press of Mississippi, 2014, 394 pp., printed casebinding $65, paper $30.

Questo libro è il culmine di un lavoro iniziato con la pianificazione del simposio internazionale «Biancheria: prospettive critiche e creative sui lavori domestici di ricamo femminile delle donne italo-americane» promosso dal John D. Calandra Italian American Institute (Queens College, New York) nel 2002, e presenta una raccolta di esperienze e di approcci dei lavori a cucito che si inscrivono a pieno titolo nella ricerca storica sull’immigrazione dalla fine del xix secolo al xx secolo. Le conversazioni intense tra presentatori e pubblico rendono evidente che i lavori femminili di ricamo e cucito sono stati trascurati negli studi italo-americani. 

La ricerca si focalizza sullo studio del rapporto conoscenza-formazione e ci dà la possibilità di comprendere quanto gli Autori – una comunità davvero globale di scrittori, artisti visivi e studiosi – per la loro enorme pazienza nel corso di questi anni, e per i penetranti contributi abbiano dimostrato grande impegno nella costruzione dell’impianto epistemologico della pubblicazione. Il volume si presenta così come raccolta interdisciplinare di lavori creativi, memorie, poesia, arte visiva di autori/trici di origine italiana e saggi accademici di studiosi provenienti dalle scienze sociali e umanistiche, come Jane Schneider, Edvige Giunta, Joseph Sciorra: alcuni di loro sono stati presentati al simposio e appaiono nell’opera, ma la maggior parte dei saggi presenti nel libro è riferibile a nuovi Autori. 

Il testo può essere posto tra i contributi che rendono centrale la problematica in riferimento allo studio delle epistemologie professionali e, per evidenziare la necessità di «dare ragione» ai professionisti, esplora le forme di conoscenza inscritte nel loro agire. Risalire alle origini e alle tecniche di questi lavori richiama alla storia del popolo italiano e ai suoi valori culturali, che gli immigrati italiani portarono con loro e hanno trasmesso ai loro discendenti. Ciò che ispira la ricerca è proprio la capacità di un semplice oggetto o di un ricordo di diventare qualcosa di diverso: di natura letteraria, visiva, etnografica o di rivisitazione critica. Il processo mediante il quale avvengono queste trasformazioni costituisce il focus del libro. 

Per gli immigrati italiani e i loro discendenti, il cucito rappresenta un marcatore di identità, una pietra di paragone culturale potente come la pasta e la musica napoletana. Nella loro nuova vita di immigrate, le donne hanno sviluppato un rinnovato rapporto con la loro esperienza di ricamatrici. Nei nuovi paesi, molte di queste donne hanno utilizzato le vecchie abilità, lavorando come sarte in fabbriche e officine delle case popolari. Alcune hanno insegnato il loro mestiere alle figlie, a volte riluttanti, e alle nipoti, spesso più interessate al loro patrimonio italiano di tradizioni rispetto alle madri, ansiose nel rifiutare la loro origine che le stigmatizzava come immigrate. Nel volume si comprendono i significati del «saper fare ricami e merletti» e di quanto questi fossero competenze di base per la donna, italiana contadina e artigiana, nel xix secolo e buona parte della prima metà del xx secolo. Queste abilità sono state essenziali nella creazione e nell’assemblaggio di un corredo delle spose italiane che consisteva in tutto ciò che era necessario per la casa: lenzuola, federe, tovaglie, asciugamani, centrini, abbigliamento intimo e altri tessuti. Il significato della biancheria deve essere inteso come parte integrante dei ruoli sessuali e di genere italiani: rappresenta uno dei mezzi attraverso cui la femminilità è stata codificata.

 Nel 1923, durante il fascismo, come osserva Ilaria Vanni in questo volume, le lezioni di cucito sono state introdotte nelle scuole pubbliche femminili. Nel Liceo femminile, progettato per le figlie di buona famiglia, il cucito era incluso nel curriculum, e il suo apprendimento era considerato una componente importante nella formazione spirituale e non tanto un’abilità da sfruttare nel mercato del lavoro. Il regime fascista aveva creato anche l’Ente Nazionale Artigianato e molte piccole industrie con lo scopo di promuovere tale lavoro come parte della sua politica ufficiale. Il regime politico-economico, a proposito del lavoro di cucito, per quello che riguarda il supporto all’arte popolare e ai costumi regionali, si trovava in netto contrasto con le sue politiche dirette a controllare le espressioni culturali locali e tese a esaltare quella nazionale.

Mentre le capacità di ricamo delle donne hanno dato un vitale contributo alla rinascita e al mercato dell’industria della moda italiana dopo la seconda guerra mondiale, il cucito ha subito un declino poiché le donne cercavano di studiare e di entrare, a pieno titolo, nel mondo del lavoro. A partire dal 1960 si diffusero sempre più le lenzuola ricamate a macchina. Nel 1968 l’obbligo della dote è stato abolito dal codice civile italiano. Eppure, in modo clandestino, il sistema della dote è sopravvissuto nelle città più piccole e più grandi del Sud Italia, dove le strade principali sono piene di negozi che vendono lino e gli oggetti del corredo rimangono un acquisto molto diffuso per le donne di tutti i ceti sociali.

Embroidered Stories è organizzato in cinque sezioni: 1) Fili di donne, 2) Abilità e talento, 3) Ragazze di fabbrica, 4) Spazi e ambienti 5) Perse, scartate, riutilizzate. Ogni sezione contiene saggi scientifici e opere di memorie e di poesie, creando così un dialogo attraverso diversi generi. Le immagini servono da collegamento tra le sezioni: ogni artista fornisce una riflessione che dialoga con l’opera d’arte.

Molti degli artisti, scrittori e studiosi rappresentano il delicato equilibrio tra intimo e pubblico che il lavoro di cucito rappresenta nella diaspora italiana. Essi raccontano storie personali e familiari di cucito, radicate nelle esperienze di immigrazione, come le evocazioni delle nonne di Elisa D’Arrigo, Louise DeSalvo, Maria Mazziotti Gillan, e Denise Calvetti Michaels, tra gli altri, o la memoria femminile corale di Joanna Clapps Piece Herman. L’eredità del cucito può emergere attraverso il ricordo di oggetti, come il copriletto di Giuliana Mammucari, l’ago perso di Anne Marie Macari, il fazzoletto di Maria Terrone, le trapunte di Lia Ottaviano e il cuscino di Giuseppe Inguanti. Ciascuno di questi testi assume diverse funzioni: a volte una poesia farà luce su questioni storiche e sociali come nel caso di Rosette Capotorto. Alcuni saggi critici possono assumere sfumature liriche soprattutto quando uno studioso esamina il cucito prodotto da un membro della famiglia o legato alla sua comunità di origine, come è evidente nel saggio di Christine Zinni, che scrive di comunità cucito delle donne a Batavia, New York. Le pratiche correlate al corredo sono radicate nella storia economica e sociale, come scrivono Giovanna Miceli Jeffries e Annie Lanzillotto.

La prima sezione, «Fili di donne,» si concentra sul rapporto intergenerazionale nel cucito. Le madri, le zie, nonne e bisnonne sono le protagoniste dei pezzi in questione. A volte queste donne sono raffigurate con una certa precisione etnografica. In altri casi, sono descritte come figure spettrali, evocate dal desiderio e dalla necessità di recuperare e nominare un passato femminile che non ha segnato la storia. La sezione che segue, «Abilità e talento,» si concentra sulla creatività che caratterizza la biancheria, attraverso il recupero e l’analisi, e sulla tensione tra il cucito e l’idea «indigena» di bellezza (Vanni e Herman). Gli autori prestano attenzione alla tecnica, al gesto, alla sensazione della stoffa (Peter Covino e Barbara Crooker). «Ragazze di fabbrica» si caratterizza per l’ambientazione industriale che, come abbiamo osservato in precedenza, non è di per sé un obiettivo di questo libro. Donne immigrate, tuttavia, svilupparono l’arte del ricamo domestico e la possibilità di ricavarne un reddito all’inizio del xx secolo negli Stati Uniti viene presentata da Jennifer Guglielmo e Bettina Favero. «Spazi e ambienti» comprende i contributi che ruotano intorno alla nozione di luogo. Dall’orticoltura dell’immaginazione (Inguanti) agli spazi aperti e pubblici (Guancione) a quelli urbani e rurali locali (Terrone). Le aree geografiche in questa sezione occupano uno spazio di vitale importanza per la concettualizzazione di un ethos della diaspora italiana. Il ricamo tra le famiglie non elitarie del sud d’Italia si affermò verso la fine del xix secolo con la comparsa nelle città rurali di una nuova classe borghese (ceto civile) che, emulando l’aristocrazia, intraprese l’attività del ricamo, un bene di lusso e indicatore di tempo libero, nelle loro vite.

A volte una parte ricamata è legata alla creatività dietro uno slancio artistico. Helen Barolini, per esempio, fa risalire le origini della sua saga di immigrata da generazioni, Umbertina (1979), a un viaggio in Calabria nel 1969, durante il quale l’autrice si è imbattuta in un copriletto che ha innescato un ricordo d’infanzia di sua nonna. Per lei il copriletto rappresenta «qualcosa di bello e forte che dura per sempre», un simbolo della sua fiducia nella possibilità di una vita migliore. Dopo l’emigrazione, Umbertina fece la scelta obbligata dei poveri che non possono permettersi il lusso del copriletto.

Nella scelta dei contributi per organizzare la struttura del libro, è stato tenuto conto degli elementi chiave che influenzano la rappresentazione del ricamo domestico nella diaspora italiana: le differenze di genere e di classe che permeano la storia del cucito e il suo rapporto con l’identità culturale, con particolare riferimento ai fenomeni migratori; lo spazio del ricamo nelle famiglie e nelle comunità, il valore del ricamo nel settore industriale, il potere simbolico del lavoro a ricamo tra le persone immigrate. Sono storie private che nascono dalla confluenza dell’Italia e della diaspora, dalla partenza e dall’arrivo, dal ricordare e dal dimenticare. Al centro di tutto ci sono sempre uno o più obiettivi, i semplici e gloriosi frutti del cucito, le storie di una donna o di un gruppo di donne al lavoro. La trasformazione del ricamo in una materia poetica e critica attraverso il lavoro della memoria è ciò che caratterizza il progetto e unisce gli approcci e le storie di studiosi, scrittori e artisti. Le metodologie delle rispettive discipline, - la letteratura per Giunta, il folclore e i costumi per Sciorra - si sono unite in un approccio editoriale interdisciplinare che ha guidato la scelta dei contributi, così come la struttura e il contenuto complessivo del volume. 

Proprio in questa direzione i suddetti curatori del libro richiedono di immaginare per gli educatori percorsi di formazione in cui il rapporto conoscitivo con la pratica possa giocarsi su diversi piani e a diversi livelli, consentendo di ricavarne elementi per definire, rivedere, in termini di nuove strutture di conoscenza, ma anche di nuove categorie interpretative e nuovi strumenti di costruzione di senso e significato in merito all’agire e alle sue implicazioni. Collocandosi all’interno del dibattito pedagogico che, da circa un trentennio, si interroga sul ruolo dei contesti nello sviluppo e nella trasformazione delle conoscenze, per gli Autori e gli Artisti del libro gli antenati, impegnati a perfezionare il loro cucito attraverso la disciplina, lo sforzo, il loro ingegno e la creatività, rappresentano una discendenza artistica degna di essere riconosciuta e ricordata.

 

Raffaella Biagioli

 
 

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