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Corrado Bonifazi, L’Italia delle migrazioni

il Mulino, Bologna, 2013, pp. 299, € 25.

La storia della mobilità nell’Italia contemporanea può contare ormai su una bibliografia vastissima mentre la serie di case studies si arricchisce continuamente. Meno frequentata è la letteratura di sintesi, fatta eccezione per l’efficace volume delle storiche Patrizia Audenino e Maddalena Tirabassi (Migrazioni italiane. Storia e storie dell’Ancien régime a oggi, Milano, Bruno Mondadori, 2008) e il contributo del sociologo Enrico Pugliese (L’Italia tra migrazioni internazionali e migrazioni interne, Bologna il Mulino, 2006), cui si aggiungono il recente Storia economica delle migrazioni italiane (Bologna, il Mulino, 2015) di Francesca Fauri e un’antologia di testi e documenti curata da Michele Colucci e Stefano Gallo (L’emigrazione italiana. Storia e documenti, Brescia, Morcelliana, 2015). Corrado Bonifazi, direttore dell’Istituto di Ricerche sulla popolazione e le politiche sociali del Consiglio nazionale delle ricerche si inserisce, dunque, in una schiera non foltissima. 

Particolarmente attento, in virtù della sua formazione, all’aspetto quantitativo dei flussi, Bonifazi colloca le cause economico-demografiche al centro del suo argomentare. Le migrazioni – considerate qui come spostamenti definitivi, temporanei e circolari, di breve o lungo raggio – si configurano come un’esperienza socialmente pervasiva, aspetto cui forse il volume non sempre concede la dovuta attenzione. Le «macrorelazioni che collegano gli stati e che caratterizzano le singole realtà nazionali e locali» (p. 9), oltre al quadro politico e normativo, sono invece considerate cruciali. Tuttavia mai vengono negati gli stretti legami che queste macrorelazioni hanno con i rapporti comunitari e familiari e con gli aspetti individuali dei progetti migratori. Proprio la realizzazione di questi progetti passa attraverso un’analisi «costi-benefici che ogni potenziale migrante, fa per decidere se spostarsi o meno» (p. 9). Va considerato che la razionalità economica non esaurisce uno spettro più ampio di valutazioni che, però, nel volume è lasciato a volte in ombra.

A dimostrazione di come l’intera storia dell’Italia contemporanea abbia ereditato dal fenomeno migratorio i suoi caratteri più essenziali, Bonifazi sceglie di fare sue le acquisizioni di quella storiografia che ha contribuito a superare l’usuale partizione tra migrazioni interne e internazionali, poiché soprattutto nel caso italiano tra le due è sempre intercorso, in particolare nelle fasi di maggiore intensità del fenomeno, uno stretto legame e spesso una coincidenza di cause e motivazioni. In più, l’autore non ignora l’importante ruolo che le migrazioni svolgevano già «nei meccanismi di funzionamento delle società preunitarie» (p. 7) dove una cultura della migrazione era, da tempo, un essenziale elemento nella vita di molte comunità locali che mantenevano una fitta rete di relazioni e mobilità con le mete più diverse. I dati del primo censimento del 1861 e di un’indagine condotta tra i prefetti dell’Impero francese durante il periodo napoleonico – studiata ampiamente da Jan Lucasen (Migrant Labour in Europe:1600-1900, London, Croom Helm, 1987) – hanno consentito di delineare i tratti principali della mobilità dell’Ottocento preunitario, quando erano i sistemi di lavoro temporaneo ad avere un ruolo prioritario nella dinamica migratoria e cominciarono a consolidarsi i primi nuclei d’emigrazione diretti all’estero. 

Nello sguardo al percorso che conduce dalle migrazioni di ancien régime alle migrazioni contemporanee, Bonifazi evidenzia – riferendosi in modo del tutto appropriato all’antropologia delle migrazioni – come il «continuo riplasmarsi, rimodellarsi e rifunzionalizzarsi della società si riflette in maniera diretta sui meccanismi evolutivi dei processi migratori e ne determina quell’incessante oscillare fra continuità e discontinuità, fra tradizione e innovazione, fra rotture e recuperi di forme e caratteri preesistenti» (p. 16). 

La sintesi viene, comunque, inquadrata in un arco temporale che va dall’Unità alla cosiddetta seconda globalizzazione (1973-2013). Analizza il periodo della prima globalizzazione e dell’emigrazione di massa, dal 1861 al primo conflitto mondiale, quando l’Italia, pur inserendosi in ritardo nel processo di «trasferimento del lavoro su scala intercontinentale» (p. 12), ne diventò presto una delle maggiori protagoniste. Segue il periodo tra le due guerre e la relativa chiusura degli spazi migratori dovuta alla crisi del 1929, che in Italia si sommò alla politica antiemigratoria del regime fascista, ufficializzata dal noto discorso dell’Ascensione che Mussolini tenne nel maggio del 1927. Tale politica, però, fallì nel tentativo di ostacolare anche la mobilità interna attraverso vincoli introdotti nel 1928, «rafforzati nel 1931 e resi ancora più stringenti nel 1939» (p. 145). Questa fase di diminuzione, ma non di arresto, della mobilità internazionale conferma «la grande duttilità delle reti migratorie italiane» (p. 143) e la «natura rotatoria dell’emigrazione» nostrana (p. 144).

Una volta analizzata la ripresa, pur non in termini di massa, delle migrazioni internazionali del secondo dopoguerra che si accompagnò a notevolissimi flussi migratori interni, l’autore pone come termine ad quem la seconda globalizzazione. Questo gli consente di non eludere né gli enormi cambiamenti che hanno riguardato la «composizione dei flussi in uscita» e i processi che hanno progressivamente avvicinato l’Italia agli altri paesi sviluppati (p. 254), né la crescita dimensionale dell’immigrazione straniera, cui l’autore ha dedicato in passato importanti ricerche (L’immigrazione straniera in Italia). Ciò chiarisce bene due questioni cruciali: la centralità delle migrazioni nella storia d’Italia e la complessità della dinamica migratoria italiana dimostrata da «come, sia pure a livelli quantitativi diversi, il paese non abbia cessato di essere anche una realtà d’emigrazione» (pp. 256-57) dopo essere diventato un’importante meta di immigrazione. 

Alessandra Gissi

 
 

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