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Toni Ricciardi. Morire a Mattmark. L’ultima tragedia dell’emigrazione italiana

Donzelli, Roma 2015, pp. 176, € 27.

Il 30 giugno 1965 una valanga sconvolge il ghiacciaio dove è in piena attività il cantiere per la costruzione di una gigantesca diga. Ci troviamo a Mattmark, in Svizzera, nel Canton Vallese. Circa 2 milioni di metri cubi di ghiaccio e detriti crollano sull’area di cantiere dove sono state costruite le baracche per l’alloggio dei lavoratori, la mensa, le officine e dove sono parcheggiati camion e bulldozer.

Ottantotto persone sono letteralmente inghiottite e perdono la vita. 56 morti sono italiani, 23 svizzeri, 4 spagnoli, 2 tedeschi, 2 austriaci, un apolide. Si tratta di un incidente di dimensioni straordinarie, che segue di soli due anni quello del Vajont in Italia e di 9 anni quello di Marcinelle in Belgio. Episodi molto simili tra loro, l’uno dal punto di vista della tipologia dell’incidente, l’altro per la provenienza migrante di gran parte delle vittime. La vicenda suscita nell’immediato molto scalpore in tutta Europa, ma è stata a lunga rimossa e messa in secondo piano nello studio della storia del lavoro e delle migrazioni.

Il volume di Toni Ricciardi si pone l’obiettivo di compensare questa lacuna e per raccontare la vicenda di Mattmark parte da molto lontano. Viene prima tratteggiata la storia economica del Canton Vallese, poi la scelta di costruire la diga maturata nel corso degli anni cinquanta, la lunga preparazione burocratica e imprenditoriale preliminare, l’organizzazione del lavoro, il reclutamento della manodopera, i ritmi di lavoro, i contratti, le aziende coinvolte, la formazione e la provenienza dei dipendenti, i loro salari, la quotidianità all’interno del grande cantiere. Quella della diga è un’opera che prevede investimenti cospicui e una mobilitazione dal punto di vista organizzativo davvero imponente, basti pensare che il cantiere sorge all’altezza di duemila metri ed è possibile lavorarci solo in alcuni mesi dell’anno: per questo si lavora sette giorni su sette, 24 ore su 24. È significativo che nel libro si inizi a parlare dell’incidente solo a pagina 75, perché la vicenda è collocata in modo molto preciso nel contesto storico, economico e politico in cui è avvenuta.

Oltre a soffermarsi sull’incidente, le sue cause e le responsabilità, il volume descrive anche tutto ciò che è successo dopo. Le reazioni delle famiglie delle vittime, il modo con cui è stato raccontato e descritto dai media, la posizione assunta nel corso delle successive inchieste dalle autorità italiane, da quelle svizzere, dalle aziende coinvolte e dalle organizzazioni sociali e sindacali legate all’emigrazione italiana. In questa fase viene ricostruito anche il processo, che vedrà assolti tutti gli imputati, con il corollario particolarmente grave della condanna al pagamento delle spese legali per le famiglie delle vittime.

Gli stimoli che suscita la narrazione sono numerosi. La storia economica e la storia del lavoro sono intrecciate in modo maturo e consapevole. Le fonti sono numerose ed efficaci: interviste effettuate dall’autore, documenti di archivio delle istituzioni interessate, opuscoli per i lavoratori, letteratura tecnica prodotta dalle aziende, narrazioni giornalistiche, radiofoniche e televisive, fotografie, documenti ufficiali dei governi.

Citiamo, tra i tanti documenti possibili, l’editoriale di Dino Buzzati tratto dal «Corriere della Sera» del 1° settembre 1965:

Le vostre famiglie, ricevevano da voi, coi saluti, delle bellissime cartoline plasticate a colori, come si usa stampare in Svizzera, i più modesti paeselli trasformati in inverosimili paradisi, con i prati fioriti in primo piano e sullo sfondo le meravigliose montagne scintillanti appunto di ghiacciai, che sembrano promettere la felicità.

Le montagne riprodotte sulle cartoline erano piene di allegria e di benevolenza. Le cartoline erano identiche a quelle che dalla Svizzera spedisce agli amici la gente ricca e fortunata che va a divertirsi. Che bei posti, avranno detto i vostri genitori, i fratelli, la moglie, la fidanzata. Però sapevano bene che per voi quel paradiso non significava piscine all’aperto con acqua riscaldata, placide passeggiate nei boschi, ascensioni con guide patentate, balli sulla terrazza e sontuose camere con bagno e vista sul ghiaccio. Il paradiso plasticato significava per voi dieci undici ore di lavoro al giorno, bel tempo o tempesta che fosse, fatica, sudore, e polvere, sporco, sassi, freddo e il continuo pensiero, così tormentoso della casa lontana (p. 93).

L’autore ha svolto un lavoro molto accurato sulle fonti, basato su un metodo rigoroso che lascia poche concessioni al vittimismo e che si concentra sulle scelte degli attori in campo, facendo emergere le cause, le responsabilità e l’impatto dell’incidente a partire da differenti punti di osservazione.

Lo studio dell’emigrazione italiana negli anni del secondo dopoguerra continua a rivelare aspetti e vicende che meritano di essere ancora pienamente approfondite. Le ricerche negli ultimi anni si sono concentrate prevalentemente sui primi 15 anni della ricostruzione, mentre gli sviluppi dell’emigrazione italiana nel corso degli anni sessanta e settanta sono ancora poco conosciuti. I flussi cambiano, si modificano, incontrano nuove domande come nel caso di Mattmark, si specializzano e si articolano in modo differente rispetto a quanto accaduto all’indomani della guerra. La scelta di Ricciardi è concentrata su una vicenda specifica, ma il metodo da lui adottato può rappresentare un buon punto di partenza per proseguire gli studi.

Michele Colucci

 

 

 

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