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Simone Cinotto, The Italian American Table. Food, Family, and Community in New York City

Urbana, Chicago and Springfield, University of Illinois Press, 2013, pp. 256, $ 34.

Gli studi sul cibo negli ultimi anni sono cresciuti a un ritmo straordinario. Nel 1985 nasceva negli Stati Uniti la Association for the Study of Food and Society, un’associazione di taglio programmaticamente interdisciplinare che ha recentemente incrementato la sua attività. Al suo interno la storia ha faticato ad affermarsi anche se oggi il suo spazio è ampiamente riconosciuto, tanto che il Convegno annuale 2015 dell’Associazione ha avuto per titolo Bridging the Past, Cultivating the Future. Il rilievo di questi studi è inoltre evidente visitando le pagine web delle principali biblioteche universitarie, come quella della Yale University, che dedica una sezione agli studi sul cibo indicandone alcune tematiche forti: history of food; food and gender; food and identity; political economy of food. Molti di questi temi si intrecciano nel bel libro di Simone Cinotto, focalizzato sulla centralità del cibo italiano e degli stili alimentari nell’ambito della cultura italoamericana nella sua dimensione simbolica (l’unità familiare e della comunità), identitaria (gli scarti tra generazioni diverse), economica (dal consumo alla creazione di piccole o grandi imprese commerciali etniche) negli anni venti e trenta del Novecento a New York. Le sue fonti sono molteplici: dalle memorie alla letteratura, dalla poesia ai report di assistenti sociali, sociologi e antropologi, dalla stampa alla storia orale, fino agli archivi del Federal Writers’ Project.

È l’autore stesso, nell’introduzione, a sottolineare le diversità del suo volume – una storia sociale e culturale della produzione, della distribuzione e del consumo di cibo – da altri precedenti: mentre la maggior parte dei lavori sulle abitudini alimentari degli immigrati si è concentrata sul primo periodo immigratorio (1890-1924) e sulla dialettica tra assimilazione e persistenza culturale, Cinotto amplia la sua analisi al confronto generazionale (per molti figli il cibo italiano era il segno dell’inferiorità sociale della famiglia), articolando le scelte di consumo lungo linee di classe, razza e genere. La chiave di lettura generazionale appare assai proficua per comprendere le contraddizioni interne a famiglia e comunità, a cui le seconde generazioni – ormai white ethnics –  sentivano di appartenere solo parzialmente, imbevute di un crescente senso di appartenenza alla società americana bianca. Per i giovani il cibo italiano (pane, pasta, verdura, formaggio) veniva spesso associato a una condizione di povertà, mentre le loro vite si avviavano verso una upward mobility che portava spesso non tanto ad annullare, ma certo ad allontanare e mettere in discussione i modelli legati alle origini. Se la domesticità e l’unità familiare caratterizzavano l’identità di molte famiglie migranti italiane, le crepe all’interno della famiglia – dal lavoro esterno alla comunità al modo di vivere il tempo libero, a un’emancipazione femminile possibile nel paese di adozione negli anni dell’affermazione della new woman – si facevano sempre più profonde, alterando immagini, comportamenti e valori. I giovani italoamericani appartenevano dunque, contemporaneamente, a due sfere apparentemente distanti ma legate dall’incremento del mercato dei consumi, in rapida ascesa fino alla crisi del 1929.

Lo status di consumatori/consumatrici degli immigrati di prima e seconda generazione contribuiva alla creazione di quelle che l’autore definisce «identità diasporiche» oltre che alla formazione di un’economia «etnico-transnazionale» in cui emerge con forza la loro «agency». Uomini e donne immigrati sono quelli che Cinotto descrive come flessibili «inventive creators» più che come «cultural conservatives», privi all’arrivo negli Stati Uniti di una cultura alimentare nazionale, costretti dalla vicinanza con altri migranti a ibridare sapori e ingredienti, desiderosi di trasformare in business la cucina immigrata e loro stessi in una dinamica classe media etnica.

Se durante la Prima guerra mondiale le nuove scoperte nel campo della nutrizione, soprattutto di vitamine, portarono nelle scuole un’educazione alimentare «assimilazionista» per i figli degli immigrati, l’idea che consumare cibo americano significasse favorire l’accesso alla piena cittadinanza allettò molti giovani italoamericani. Sarebbe stato il secondo dopoguerra a ridefinire il cibo italiano come risultato di continue trasformazioni e adattamenti. Mentre i quartieri tradizionalmente abitati da immigrati italiani – East Harlem, South Village, Mulberry Street (Little Italy) – a partire dagli anni cinquanta cominciavano a svuotarsi, i numeri di prime e seconde generazioni diminuivano e la lingua italiana spariva, dal 1965 New York si aprì alla nuova immigrazione post restrizionista. L’Italia da cui adesso si emigrava aveva conosciuto, anche se con fasi e intensità diverse tra Sud e Nord, il boom economico, mentre soprattutto dalla metà del decennio gli Stati Uniti erano teatro delle lotte studentesche, dei movimenti delle donne, delle battaglie per i diritti civili degli afroamericani, degli immigrati e dei natives.

Il cibo italiano rispondeva adesso ai gusti del mercato di massa del consumo producendo una crescita delle esportazioni ma anche la nascita e il rafforzamento di piccole aziende locali e grandi imprese nazionali. Se l’elemento identitario del cibo italiano si era in gran parte perso, esso fu rivitalizzato da quei valori di solidarietà e commensalità che gli erano strettamente associati, molto importanti per i nuovi white ethnics ansiosi di definire un proprio ruolo nell’ambito dei cambiamenti sociali, culturali e politici degli anni sessanta. I decenni successivi avrebbero assistito a una progressiva, anche se discontinua, valorizzazione della cucina italiana attraverso un intreccio di stili di vita, sapori, valori, storia.

Il volume di Simone Cinotto ha il grande merito di affrontare l’oggetto della ricerca sulla lunga durata ripercorrendo circa un secolo di storia, permettendo a lettori e lettrici di individuare continuità, discontinuità, rotture. L’analisi della dialettica tra generazioni è molto chiara e rivitalizza la classica triade di categorie – classe, razza, genere – attribuendo al loro intreccio nuovi significati. Un lavoro importante non solo per i Food Studies ma anche per gli studi sull’immigrazione che troppo a lungo hanno marginalizzato la storia del cibo e le sue implicazioni sociali e culturali.

 

Elisabetta Vezzosi

 

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