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Gaetano Salvemini, Lettere americane 1927-1949, a cura di Renato Camurri, pre-sentazione di Paolo Marzotto

Roma, Donzelli, 2015, pp. lxxx-591, € 35.

Il volume è uno strumento di lavoro imprescindibile per chi voglia approfondire il percorso politico-culturale (e personale) di Gaetano Salvemini nel suo lungo esilio, intrapreso nel 1925 in risposta alla violenza fascista, vissuto anche tra Francia e Gran Bretagna e, nel 1947, interrotto da un primo e non definitivo rientro in Italia. Le 409 lettere di Salvemini, quasi tutte inedite (ma solo due del 1927 a Arthur Livingston, nessuna del 1928 e sei del 1929 a Costantino Panunzio e Livingston), presentate in ordine cronologico e con un apparato di note costituito da brevi schede su personaggi ed eventi che via via si incontrano, sono divise in sei gruppi. 

Renato Camurri, nell’introduzione, scrive che l’esperienza di Salvemini negli anni 1933-49 («questa poco studiata parte della sua biografia») si colloca «dentro la più vasta esperienza dell’esilio degli intellettuali europei durante gli anni tra le due guerre» (p. xxiii). Il curatore, lasciando la vita di Salvemini sullo sfondo, prima riflette sul significato delle parole exilium ed exul e denuncia i ritardi della storiografia nell’affrontare le grandi migrazioni culturali, determinate dall’affermazione dei totalitarismi in Europa. L’assenza di una tradizione italiana di studi sulla storia dell’esilio novecentesco si spiegherebbe con le poche ricerche negli archivi extra-europei; con l’errore di sovrapporre esperienze profondamente diverse (esilio e fuoriuscitismo); con la presenza di molti ebrei tra gli esuli italiani, cosa che avrebbe acuito un processo di rimozione di tutti gli esuli a causa della marginalizzazione delle drammatiche vicende degli ebrei espatriati dopo il 1938.

Nell’inquadrare il percorso di Salvemini, Camurri parla della trasformazione da intellettuale militante a intellettuale cosmopolita, senza soffermarsi a fondo sui passaggi che precedettero la sua partenza dall’Italia. Salvemini si orientò «con largo anticipo verso la scelta dell’esilio […] tra il 1921 e il 1922, in coincidenza con la conclusione della sua esperienza di parlamentare e il precipitare della situazione politica dopo la Marcia su Roma» (p. xxxv). Ma, considerando i carteggi editi degli anni 1921-26 e la più recente storiografia che ha preso in esame lettere inedite scambiate in primis con Ernesto Rossi, si capisce che Salvemini rimase a lungo incerto sulle scelte da compiere. Il suo antifascismo intransigente, come ha scritto egli stesso, si espresse a pieno dopo il delitto Matteotti in un periodo nel quale, senza attenuare le critiche ai liberali (innanzitutto a Giovanni Giolitti) e ai socialisti (i riformisti di Filippo Turati e i massimalisti di Giacinto Menotti Serrati), Salvemini si rese conto che il fascismo non era un fuoco di paglia e che era necessario mutare almeno parzialmente la sua stessa ottica (il rifiuto di fare politica attiva), per organizzare una lotta di lungo periodo che contemplasse l’abbandono della patria. Una prospettiva in un primo tempo non condivisa da Carlo Rosselli e soprattutto da Rossi, deciso a rimanere in Italia per salvaguardare un nucleo di oppositori che, dopo la nascita di Giustizia e Libertà, avrebbe costituito un utile punto di partenza per sviluppare il movimento entro i confini nazionali.

 Le lettere sono una miniera di informazioni sulle riflessioni di Salvemini, talvolta polemiche al punto da apparire autentiche provocazioni, altre volte lungimiranti fino ad essere profetiche; sui suoi rapporti, talvolta difficili, con altri antifascisti come Max Ascoli, Alberto Tarchiani, Giorgio La Piana, Lionello Venturi e Carlo Sforza; sulla controversa relazione con la Mazzini Society, connessa con la politica estera di Stati Uniti e Gran Bretagna spesso criticata con veemenza; sull’ampio reticolato di amicizie e collaborazioni costruito durante l’esilio, foriero di aiuti non solo finanziari alla causa antifascista. Sull’atteggiamento verso l’Italia e il fascismo di Salvemini, oppositore irriducibile e intellettuale disilluso, è significativa la lettera a Panunzio del 9 febbraio 1930, in cui si colgono sentimenti contrastanti tra di loro. «In Italia le cose vanno sempre peggio per il fascismo; ma una fine non si vede ancora, né prossima, né lontana. La fine non può venire dalla semplice decadenza del fascismo: deve venire dal sorgere d’una positiva coscienza morale, aggressiva ed eroica, fra gli antifascisti. I primi segni di questa aurora mi paiono percettibili; ma lo spirito umano è lento a muoversi. Occorreranno, io credo, ancora dieci anni, prima che la situazione diventi intollerabile per i fascisti» (p. 14). Tra le lettere da ricordare, quella del 31 luglio 1937 a Tarchiani (ma anche ad Alberto Cianca, Emilio Lussu, Aldo Garosci e Franco Venturi) è centrale per lo sviluppo delle idee di Salvemini. Dopo l’assassinio dei Rosselli, Giustizia e Libertà si definì un «movimento di unificazione socialista», scatenando le sue ire. Nel chiedere cosa volesse dire in rapporto all’eredità di Rosselli, Salvemini scrisse: «sollevo una forte obiezione al metodo che è stato seguito […] senza che nessuno abbia spiegato le ragioni della novità […]. Io non mi sento di considerarmi più come seguace di G. e L. Fui amico di Carlo. Ebbi fede in lui. Lo seguii con devozione e fedeltà. Non sempre condivisi tutte le sue idee. Ma ne accettavo la linea fondamentale […]. La linea di G. e L. dopo il 20 giugno 1937 è una linea nuova, che io non vedo chiara […]. In queste condizioni non mi resta che dividermi da voi […]. A chi mi domanderà se deve o no contribuire finanziariamente al giornale, dirò francamente il mio modo di pensare, ma non prenderò nessuna iniziativa positiva per creare correnti che vi siano ostili» (pp. 141-45).

 

Andrea Ricciardi

 

 

 

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