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Francesco Torchiani, L’oltretevere da oltreoceano. L’esilio americano di Giorgio La Piana

Roma, Donzelli, 2015, pp. viii-295, € 32.

In questo libro, secondo titolo della collana «Italiani dall’esilio» diretta da Renato Camurri, Francesco Torchiani ripercorre la vicenda umana e scientifica di Giorgio La Piana (1879-1971), uno dei protagonisti dell’emigrazione intellettuale italiana negli Stati Uniti tra le due guerre mondiali. L’obiettivo è di far capire come l’esperienza di La Piana abbia un valore paradigmatico per il suo ruolo di mediazione tra la cultura italiana e quella americana, caratterizzate da reciproca diffidenza.

Nel ricostruire il profilo biografico, l’autore segue una periodizzazione scandita dalle riflessioni dello studioso sulla situazione politica italiana in continua evoluzione, dall’ascesa al potere di Mussolini all’abbraccio sempre più stretto tra cattolicesimo e fascismo, dalla crisi etiopica alla deriva antisemita fino al dramma collettivo del Secondo conflitto mondiale.

La trattazione comincia dagli anni giovanili in Sicilia quando La Piana oscilla tra i due fuochi della vocazione religiosa e dello studio e insegnamento, risentendo dell’influenza di una personalità forte e tormentata come quella di don Ernesto Buonaiuti, professore romano ostracizzato e perseguitato dal Santo Uffizio per la sua adesione al modernismo, movimento di riforma per un rinnovamento radicale del cattolicesimo, stroncato dalla dura condanna messa in atto dal Vaticano con l’enciclica Pascendi di Pio x.

Nel 1913 l’ex sacerdote siciliano s’imbarca per gli Stati Uniti andando a ingrossare le fila della comunità degli italiani d’America. Come spiega Torchiani, il caso di La Piana rappresenta un unicum: il suo non è un esilio politico né dettato dal disagio economico, ma un allontanamento dalla Chiesa di Roma e dal suo sistema di valori alla luce dell’odissea buonaiutiana, cartina al tornasole dei rapporti tra Stato e Chiesa cattolica in Italia. Qui La Piana raggiunge l’affermazione scientifica e professionale che non può realizzare in patria nel difficile campo degli studi storico-religiosi, inserendosi perfettamente nel microcosmo di Cambridge, la più antica comunità accademica statunitense.

Dai suoi scritti sui maggiori periodici scientifici americani, Torchiani ricostruisce successivamente la decisa presa di posizione di La Piana contro la firma dei Patti Lateranensi. Da un lato, lo storico di Harvard denuncia la linea di condotta della Santa Sede, preziosa alleata del fascismo, dall’altro biasima l’acquiescenza del governo italiano verso il papato; al contrario, egli auspica una vera separazione tra Chiesa e Stato, come nel modello statunitense, dove nessuna confessione ha il monopolio a detrimento delle altre. Pagina dopo pagina, ci si rende conto che la politica vaticana nei confronti del regime fascista è un obiettivo polemico costante dello studioso. Il corposo carteggio scambiato con gli altri esuli in fuga dall’Italia, per lo più inedito, offre a Torchiani lo stimolo per parlare delle sue relazioni personali e scientifiche con esponenti di spicco del fuoriuscitismo italiano, che gli consentono di maturare una nuova consapevolezza sulla situazione politica, sociale e culturale della madrepatria. Si evince la timida partecipazione di La Piana alla breve e infruttuosa attività della Mazzini Society, organizzazione antifascista impegnata contro la propaganda del regime tra gli italoamericani e nel tentare d’influenzare le politiche di Washington per l’Italia nel dopoguerra. Nello sforzo ricostruttivo di Torchiani colpisce l’impegno profuso dal professore di Cambridge in favore dei fuoriusciti dall’Italia fascista: dalla sua posizione di riconosciuto prestigio nel mondo accademico americano, l’intellettuale offre il suo aiuto generoso e disinteressato ai colleghi costretti all’espatrio (storici, scrittori, linguisti, politologi, economisti, filosofi), tutti uomini di cultura meritevoli, sradicati, privati della loro libertà d’insegnamento e ricerca. La rete di socialità e solidarietà che s’instaura tra gli esuli italiani ha un significato vitale, osserva l’autore.

Se nel primo trentennio della sua vita lo sguardo di La Piana è condizionato dall’amicizia con Buonaiuti, in seguito ampio spazio è dedicato nel libro al sodalizio umano e professionale con l’intransigente antifascista Gaetano Salvemini, esiliato negli Stati Uniti. Delle comuni iniziative editoriali e scientifiche prese in esame, l’attenzione di Torchiani sembra appuntarsi sul volume a quattro mani What to Do with Italy (1943), in cui i due storici propongono una strategia per la ricostruzione e la rieducazione alla democrazia dell’Italia del dopo-Mussolini.

Lo studio di Torchiani ha molti pregi, tra cui quello di offrire un contributo alla riflessione sulla funzione dell’intellettuale in esilio: la condizione di outsider, vista come affrancamento dai confini nazionali, diventa la prospettiva ideale per la maturazione della distanza critica necessaria alla comprensione della storia della madrepatria. Ecco perché, dall’America, l’Italia appare a La Piana sotto una luce diversa.

Attraverso l’angolo visuale della sua biografia possiamo rileggere fenomeni della storia contemporanea, come le origini del fascismo o del totalitarismo, sondare e comprendere le dinamiche profonde sottese all’esperienza traumatica, eppure così importante, della diaspora intellettuale italiana verso gli Stati Uniti. È apprezzabile altresì la ricchezza della ricostruzione dellambiente sociale, politico e culturale in cui, di volta in volta, sinserisce il punto di vista biografico oggetto della ricerca.

Mariavittoria Albini

 

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