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Francesco Carlucci, Vita da cani. Storia di un emigrante rivoluzionario

Lecce, Edizioni Bepress, 2013, pp. 497, € 22.

Tre decenni di storia argentina: da Juan Domingo Perón e la sua personalissima presidenza con la moglie Evita, all’alternanza tra golpe militari e governi democratici, passando per crisi economiche, lotte e militanza, movimenti e organizzazioni presenti in tutto il continente latinoamericano, il ritorno del grande dittatore, l’ultimo governo democratico di Isabelita; e giungendo fino alla dittatura che ebbe inizio col colpo di stato il 24 marzo 1976, Videla, i desaparecidos. Tre decenni di rapporti che legano l’Italia e l’Argentina, con le storie di migranti, talvolta costellate di successi e risultati, talaltra caratterizzate da fallimenti e dispiaceri.

In questo quadro si colloca la storia di Francesco Carlucci: nato in Italia nel 1948, già all’età di quattro anni emigrò con la famiglia per il Nuovo Mondo, direzione Argentina. Quella terra promessa, meta di tanti «Tanos» (così erano chiamati gli italiani emigrati in quel Paese, forse per l’abbreviazione di «italiano» o forse perché, dice la versione poetica, malinconicamente spesso fissavano l’oceano, verso il loro Paese «lon-tano»), si rivelò per la famiglia Carlucci l’inizio di un nuovo percorso, spesso irto e accidentato, colmo di disastri, che spesso si traducevano in difficoltà economiche croniche. Con la forza d’animo e la testardaggine che erano proprie del padre, però, la famiglia seppe sempre rialzarsi, riciclando vecchi lavori e inventandosi nuovi mestieri. Tutto ciò a costo di molti sacrifici, soprattutto per Francesco, o Franco com’era chiamato a Buenos Aires, che scorse presto volare via la propria infanzia, iniziando a lavorare in diverse officine, e vedendo il tempo da dedicare allo studio e allo svago drasticamente ridotto.

Dal romanzo emerge un ritratto intimo e personale dell’autore: il rapporto con i fratelli fatto di complicità, quello difficile col padre, uomo duro, testardo ed eternamente insoddisfatto della condizione in cui viveva, e quello materno affettuoso e sincero, segneranno i legami familiari di Francesco fino alla fine del racconto. Ma possiamo anche scoprire gli amici con cui è cresciuto, i primi amori e i compagni di scuola. La voglia di studiare, di leggere, di apprendere seguiranno l’esistenza di Francesco fino all’università, che però lascerà prima di completarla.

Francesco tuttavia non è stato solo un giovane, uno studente, o un lavoratore: è stato anche un rivoluzionario. Appassionato alle discussioni politiche e sociali, si avvicinò fin da giovanissimo al mondo della militanza, della clandestinità. E nella sua esperienza narra di tutti i viaggi, le vicende, le riunioni che hanno caratterizzato questo periodo della sua vita. L’adesione al Partido Revolucionario de los Trabajadores e all’Ejército Revolucionario del Pueblo argentini fu determinante per l’identità di Francesco: dibattiti accesi e confronti infuocati, soddisfazioni ed emozioni, ma anche sacrifici, segreti e delusioni l’accompagnarono in questi anni.

Venne catturato insieme ai suoi compagni di lotte dalle forze delle Tre a (Alianza Anticomunista Argentina): con tutta la drammaticità della situazione, il «Tano» ripercorre la sua prigionia, dapprima nel carcere di Villa Devoto, poi in quello di Sierra Chica, e infine in quello sperduto della Patagonia, nelle celle di Rawson. Le immancabili visite della madre, le lettere dei fratelli e del padre, i più diversi compagni di cella, molti dei quali già conosciuti durante gli anni della militanza, i soprusi e le violenze dei secondini: tutti questi sono indizi di quella che è stata la detenzione per Francesco.

L’autore del libro, che si racconta in questo suo primo romanzo autobiografico, è stato uno di quelle migliaia e migliaia di individui che dal Vecchio Continente scappavano verso l’Argentina, in cerca di un futuro migliore. La sua doppia identità, essendo italiano e cresciuto in una famiglia in cui si parlava il dialetto o il cocoliche (tipica parlata degli italiani d’Argentina), ma sentendosi profondamente argentino, naturalmente influenzò la sua vita: consapevole della situazione che la famiglia aveva lasciato alle spalle, pieno di ideali e sogni, Francesco rappresenta quella generazione slanciata verso il futuro, che discuteva, si riuniva, manifestava. Schierati politicamente, quei giovani che lottarono in tutto il mondo, forti del maggio francese e del cosiddetto ’68, mentre negli Stati Uniti, in Francia, in Italia e in altri paesi poterono vedersi riconosciute alcune conquiste politiche e sociali, in Argentina la loro storia prese tutto un altro percorso. Già prima che Videla giungesse al potere, la vita per i militanti politici non era facile: dai peronisti alle formazioni di sinistra, per tutti fu difficile poter manifestare il proprio credo politico. Ma soprattutto da quando giunsero al potere i militari nel 1976, la repressione contro quei giovani si fece inarrestabile e ferocissima. Le violenze attuate dai militari furono paragonabili ai crimini nazisti: le stime parlano di trenta o quarantamila ragazze e ragazzi scomparsi, così, nel nulla. Ed è proprio in questo clima crudele ed efferato che si va a collocare l’esperienza di Francesco: il Paese in cui milioni di europei avevano riposto le proprie speranze si trasformò presto in uno dei peggiori incubi in cui l’umanità fosse mai entrata.

Carlucci è stato però capace di condensare in questo libro anche altri elementi narrativi: un ritratto sociale della Buenos Aires degli immigrati, le loro preoccupazioni, le loro gelosie, i loro successi e non; le prime conquiste della classe media, le vacanze estive, ma anche le avvisaglie di una imminente crisi economica. E ancora le descrizioni del paesaggio argentino, le diverse storie dei gringos, tanos, gallegos, rusos (i diversi appellativi con cui gli argentini identificavano gli immigrati o gli originari rispettivamente del Nord Europa, italiani, spagnoli o slavi); un rapporto travagliato col padre, che lo porterà spesso a discussioni talmente incandescenti da finire in odio reciproco; il commovente momento di addio prima dell’esilio dall’Argentina.

Il lettore, insomma, può ripercorre, grazie ai due racconti inscindibili della vita di Francesco Carlucci, quel periodo della storia argentina. Inoltre, vengono accennati altri episodi storici e ricordate figure fondamentali per dare la chiave di volta a queste vicende: i mondiali di calcio del 1978 giocati in Argentina, il console italiano a Buenos Aires di quegli anni Enrico Calamai, detto «lo Schindler di Buenos Aires»; i rapporti tra governo italiano e dittatura argentina, la vicinanza tra le due comunità; il quadro della situazione politico-sociale in America Latina; la teologia della liberazione e il ruolo giocato dalla Chiesa cattolica.

Storie che ancora oggi devono essere raccontate, episodi su cui bisogna fare chiarezza, temi di un’attualità sconcertante: tutto questo fa parte del romanzo autobiografico di Francesco Carlucci, un emigrante rivoluzionario.

 

Riccardo Roba

 

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