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Enrico Deaglio, Storia vera e terribile tra Sicilia e America

Palermo, Sellerio, 2015, pp. 218, € 14.

Nell’ultimo decennio, lo sviluppo della storiografia sulle problematiche relative alla whiteness degli italoamericani ha ridestato l’interesse per i linciaggi degli immigrati, vittime di tali violenze, proprio in ragione della loro presunta non-appartenenza alla razza bianca. Lo studio di Enrico Deaglio sui cinque siciliani linciati a Tallulah, in Louisiana, il 20 luglio 1899, offre un utile contributo a questo campo della ricerca approfondendo una vicenda alla quale è stata prestata poca attenzione rispetto al ben più conosciuto eccidio di New Orleans del 14 maggio 1891.

Nel volume di Deaglio, il Meridione d’Italia, in particolar modo la Sicilia, «serbatoio di emigranti», e il Sud degli Stati Uniti di fine Ottocento, si proiettano idealmente sulle stesse acque, unite da quelle onde che da una parte rubano, sottraggono e dall’altra risputano, abbandonano. I cinque linciati a Tallulah, rappresentanti inconsapevoli di una «razza maledetta», divengono gli emblemi del fiume di persone che attraverso l’Atlantico ha unito queste due parti di mondo. Un flusso che non si ferma nemmeno di fronte agli episodi di violenza che si susseguono, in particolar modo, negli ultimi due decenni dell’Ottocento. Deaglio misura, attraverso la «storia vera e terribile» di questi uomini, l’estensione e la rilevanza dei pregiudizi razziali, alludendo anche alla naturalezza con cui essi si imposero in casi di natura giuridica. Il linciaggio ritrova dunque in questo volume una centralità spesso negatagli dalla trattazione storica, che l’ha marginalizzato e relegato a un ruolo di secondo piano rispetto a fatti ancora più tragici e noti, o ha preferito una riflessione di lungo periodo che, pur riconoscendo l’importanza di tale vicenda, non ne ha offerto un’analisi soddisfacente. Lo stesso Deaglio non manca di mettere gli avvenimenti di Tallulah in relazione a un contesto spaziale e temporale più ampio, che permette pure di comprenderne appieno le ragioni profonde, ma li legge e li fa convergere nell’uccisione dei cinque siciliani: non sono lontani i fatti di New Orleans o di Hahnville del 1896, ma nella trattazione di Deaglio fungono da sfondo e da premesse al successivo linciaggio del 1899.

L’autore esplora anche il contesto sociale ed economico in cui gli italiani inseguono una difficile integrazione, fuggendo una terra che li ha affamati di sogni e scoprendo l’anomala colpa di una nuova inferiorità che li esclude allo stesso tempo sia dalla comunità bianca che da quella afroamericana, collocandoli in un «limbo» razziale che li lascia vulnerabili ad azioni violente. Se la costante dei linciaggi, secondo un precedente studio di Patrizia Salvetti (Corda e sapone, Roma, Donzelli, 2003), è data proprio dalla violenza e dal rituale che li caratterizza, questa narrazione mostra la «liturgia» dell’«altra legge», l’attuazione di una presunta «giustizia» sommaria e brutale, che racchiude in sé, nell’atto finale dell’uccisione, i pregiudizi razziali, il risentimento per la concorrenza economica, la paura di una contaminazione dei valori e della pacifica esistenza di una comunità e, infine, l’implicita accettazione dell’esecuzione popolare quale atto di giustizia, come attestato dall’impunità dei linciatori. I linciaggi risultano così il sintomo di una società incapace di superare, prima di tutto culturalmente, la fine del modello schiavista.

L’autore, vestendo i panni del cronista, dello storico e del «detective» (p. 145), come egli stesso afferma, tratteggia delle figure vive, racconta la loro storia e insieme quella della comunità italiana negli Stati Uniti. La sua analisi prende in esame stampa coeva, testimonianze e memorie: una pluralità di voci che si divide tra plauso e condanna e che si lega a una riflessione profonda, motivata non solamente dalla volontà di far luce su un episodio rappresentativo e di non semplice interpretazione, ma anche dal desiderio di comprendere una società che, giustificando tali azioni, difendeva la validità della discriminazione e della violenza. Il saggio di Deaglio si configura, inoltre, come un’analisi complessa che si muove su più piani e non trascura di considerare le ripercussioni politiche della vicenda di Tallulah, i rapporti tra le autorità italiane e statunitensi, le reazioni non solo da parte americana ma anche italiana. Il quadro che ne esce e il linguaggio accattivante di Deaglio rendono il libro un ottimo esempio di trasmissione storica che travalica le mura accademiche.

La scelta da parte dell’autore di omettere riferimenti precisi alle fonti analizzate può, tuttavia, sorprendere e rende difficoltoso il recupero della documentazione per un ulteriore approfondimento. Tale decisione trova ragione nel fatto che, proprio come una «memoria» e una «storia», la narrazione sembra dispiegarsi da sé. I protagonisti si raccontano e, quali «martiri» (p. 138) riferiscono la loro sorte, l’orrore della condanna subita e il silenzio seguito alla loro «deposizione» (pp. 164-76). Deaglio si lascia coinvolgere, prende le loro parti, svelando le proprie perplessità, cercando attraverso questa indagine una «verità» sepolta dalla polvere degli anni.

La storia narrata, dunque, non è solo un esempio, non è un mero fatto, né un semplice pretesto. In essa si intrecciano e da essa si svolgono i fili che legano la storia politica, economica e sociale dell’Italia e degli Stati Uniti tra Ottocento e Novecento. A elementi di natura psicologica e antropologica, l’autore affianca anche, con abilità, tracce di quella società nelle canzoni, nei discorsi, nel linguaggio, facendo affiorare la memoria degli avvenimenti dalla profondità di un abisso che, seppur molte volte esplorato, sembra parlarci senza fine.

 

Ilaria Bernardi (University of Birmingham)

 

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