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Salvatore Ronga, organizzatore di Pe’ terre assaje luntane, Ischia

Maddalena Tirabassi

Quest’anno la manifestazione Pe’ terre assaje luntane, che si tiene a Ischia ogni anno a settembre, ha per tema «Gli scrittori migranti, la letteratura dell’emigrazione». Una fortunata manifestazione resa possibile dalla sinergia col territorio: enti locali e Federalberghi hanno sostenuto sin dagli inizi l’evento. La sua formula è quella di utilizzare canali diversi per discutere di un tema che ha toccato profondamente l’isola. Cinema, documentari, teatro, letteratura, storia, musica, dibattiti e presentazioni, mostre a volte scaturiti in pubblicazioni, hanno tracciato un profilo di questa emigrazione poco nota. Sul suo suggestivo palcoscenico, un cortile della Torre del Mulino, ex carcere mandamentale, a picco sulla bellissima spiaggia dei Pescatori di Ischia, si sono avvicendati scrittori, registi, musicisti, docenti. Più di tutti hanno colpito le visite degli emigranti.

 

L’incontro annuale è giunto alla dodicesima edizione, chiediamo a Salvatore Ronga che in tutti questi anni ha organizzato assieme a Maria Lauro, Mina Scotto, Domenico Jacono, in collaborazione con il Circolo Georges Sadoul e l’Istituto Italiano per gli Studi filosofici, di descriverci come è nata.

La manifestazione in origine si svolgeva all’aperto, nei vicoli intorno alla chiesetta dell’Addolorata che è un modesto edificio nel borgo dell’Arso, abitato da pescatori e gente di mare. In un opuscolo redatto da Monsignor Onofrio Buonocore, storico locale, per celebrare i 150 anni della fondazione di questa chiesa, compare un lungo elenco di emigranti, nati e vissuti a Ischia, con le relative offerte raccolte a New York e a San Pedro in California in occasione della ricorrenza. Scorrendo i nomi, ci ha sorpreso il fatto che, nonostante le distanze, il sentimento identitario fosse così forte, ben oltre la semplice pratica devozionale. La curiosità di conoscere e ricostruire le vicende di queste comunità italo-americane ci ha spinto a fare ricerche sul campo, a raccogliere documenti, a recuperare nel tempo una pagina, forse troppo a lungo trascurata, della nostra storia.

 

Ci può descrivere i tratti e le cifre dell’emigrazione ischitana: chi erano, dove sono andati, cosa hanno fatto gli ischitani?

Ischia è un’isola di contadini e pescatori. Il fenomeno migratorio isolano si distingue nell’ambito più generale di quello nazionale per una serie di caratteristiche legate all’economia locale. Intorno alla metà dell’Ottocento la comparsa della crittogama, una malattia della vite, ha determinato una crisi profonda dell’economia legata alla viticultura e al commercio. I primi a partire sono i contadini e i piccoli proprietari terrieri. É un vero e proprio esodo che però ha una direttrice privilegiata: le colonie francesi in Africa. Le autorità ecclesiastiche, come si legge negli archivi diocesani, si fanno carico di regolare questo flusso. Negli anni trenta del secolo scorso, una nuova malattia, la filossera, colpisce i vitigni, determinando una nuova diaspora. In questo caso le mete privilegiate sono i grandi centri industriali degli Stati Uniti e l’America Meridionale, Brasile e Argentina.

Per i pescatori, invece, la migrazione stagionale rappresenta una pratica di più antica consuetudine. Sono gli imprenditori del corallo che provengono dalla costa sorrentina, i primi a cercare sull’isola forza-lavoro per piccole flotte che operano prima in acque sarde e poi lungo le coste algerine. Su queste rotte, successivamente, i pescatori ischitani si organizzano in proprio, esportano le tecniche e la sapienza del mestiere e si inseriscono in sistemi produttivi complessi. Agli inizi del secolo scorso, i pescatori scoprono sulle coste del Pacifico condizioni estremamente favorevoli per le loro attività e con grande spirito d’intraprendenza si stabiliscono nel porto di Los Angeles, a San Pedro. La migrazione stagionale diventa stanziale, si richiamano i familiari, si costituisce una comunità ischitana che con altri gruppi, siciliani, croati e giapponesi, monopolizza l’attività peschiera fino agli anni cinquanta.

Gli archivi diocesani costituiscono una documentazione preziosa, ma una stima precisa di quanti siano gli ischitani emigrati è particolarmente difficile e non è stato condotto in proposito uno studio specifico. Peraltro gli stessi archivi di Ellis Island recano tracce del passaggio di ischitani, ma molti tra gli emigranti partivano giovanissimi ed erano sotto tutela, per cui diventa difficile trovarne il nome nei registri. Uno degli obiettivi che, come associazione ci proponiamo, è proprio quello di poter intraprendere un’analisi accurata dei registri per una stima che sia quanto più precisa possibile.

 

Quali edizioni ricorda con più piacere?

Ricordo con piacere l’edizione del 2010, dove abbiamo trattato l’emigrazione femminile. Nella vita della nostra manifestazione, quest’edizione mi sembra che segni un momento di svolta, nel senso che siamo riuscititi a organizzare un programma di iniziative (incontri, dibattiti e spettacoli teatrali) con cui integrare le tematiche presentate nella mostra documentaria. É anche l’edizione che ha inaugurato la collaborazione con il Centro Altreitalie, grazie al contributo prezioso di Maddalena Tirabassi, con la storica del cinema Giuliana Muscio dell’Università di Padova, con il circolo Georges Sadoul di Ischia e l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Napoli, tutti soggetti con i quali abbiamo intrapreso un cammino che ha fatto crescere, di anno in anno, la manifestazione.

Personalmente, poi, da ischitano, mi piace ricordare anche l’edizione del 2013, la decima, dedicata all’emigrazione verso oriente, perché è stata l’occasione per raccogliere documenti e storie intorno alla migrazione stagionale sulle coste africane. Mi ha sorpreso come, nel secolo scorso, i contatti dell’isola d’Ischia con l’Algeria fossero continui e frequenti, e poter dare rilievo a questa pagina della nostra storia mi è sembrato utile sotto molti aspetti.

Grazie al ricco archivio di Domenico Jacono, un amico dell’associazione, «innamorato» delle nostre tradizioni marinare, abbiamo a disposizione un patrimonio di fonti iconografiche e documentarie, che ci ha permesso di partecipare a iniziative importanti come la mostra Nomadismo mediterraneo, l’architettura delle grandi navi, che si è tenuta nel 2010 al Palazzo Reale di Napoli, e di essere presenti alle celebrazioni torinesi per l’anniversario dell’Unità d’Italia. 

 

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