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Rudolph J. Vecoli e Francesco Durante, Oh Capitano! La vita favolosa di Celso Cesare Moreno in quattro continenti, 1831-1901

Venezia, Marsilio, 2014, pp. 366, € 19.

Questa è la biografia di un personaggio che ebbe una certa visibilità negli Stati Uniti nella seconda metà dell’Ottocento. Fece molto parlare di sé nella comunità italiana negli ultimi venti anni del xix secolo, apparve sulla stampa di paesi come Sumatra, Cina, India, Stati Uniti, Hawaii e Italia e fu considerato nel 1900, un anno prima della sua morte, «il più famoso italiano degli Stati Uniti» (p. 11). Al tempo stesso fu una meteora dovunque apparve; non lasciò traccia significativa per nessuna delle imprese che costellarono la sua vita e, dovunque si recò, destò sentimenti opposti; raccolse apprezzamenti e vituperi; causò polemiche feroci e a volte crudeli; suscitò speranze e delusioni; progettò imprese grandiose e fallimentari; ebbe comportamenti democratici, ma espresse pure idee razziste; cercò di fare affari lucrosi in mille modi e di fatto fu del tutto, o almeno all’apparenza, inconcludente nei risultati. Perché allora scriverne la storia? Forse perché Moreno impersonò la svolta sociale della modernità che coinvolse l’Occidente e sfiorò in parte, per contatto e dipendenza, anche l’Asia e l’Africa.

Della modernità Moreno rappresentò contraddizioni e aporie, visioni, speranze e incoerenze, impulso vitale e miserie. Ma Rudolph J. Vecoli e Francesco Durante sono stati attratti anche dal fatto che Moreno fu un italiano migrante. Presa la cittadinanza statunitense, con la sua determinazione polemica, la sua indubbia intelligenza, la sua capacità di soggiogare e persuadere, con il suo impegno riformatore, i suoi contatti con personaggi di spicco della società e del mondo politico statunitensi, Moreno con molta probabilità condizionò, nel bene ma forse anche nel male, l’evolversi della comunità italiana negli Stati Uniti.

Raccontare la vita di Moreno è stato uno sforzo particolarmente complesso. Nato in un paesino in provincia di Cuneo, Dogliani, il 5 marzo 1831 e poi vissuto girando intorno al mondo, Moreno non ha lasciato dietro di sé carte personali o diari, ma solo alcuni opuscoli dedicati alle sue iniziative, lettere a personaggi di spicco, politici e intellettuali – al di qua e al di là dell’Atlantico e del Pacifico – e articoli apparsi nei giornali più disparati sia negli Stati Uniti che in Italia. La ricerca, ci raccontano gli autori, ha comportato vagare negli archivi di mezzo mondo, appoggiarsi alla storia della vita di altri – contemporanei, conterranei, interlocutori stranieri del nostro protagonista, autori di romanzi del tempo – ai documenti diplomatici e alla stampa in lingue varie. Ciononostante le vicende di Moreno hanno sedotto sia Vecoli sia Durante, che hanno così dato alle stampe un libro strano, indefinito e dai molteplici livelli di lettura. Biografia nonché storia dell’immigrazione italiana, delle relazioni internazionali e della società in occidente e in oriente, il volume è suddiviso in dieci capitoli ed è provvisto di una ristretta ma originale bibliografia.

Nel primo capitolo, per introdurci al personaggio Moreno i cui primi anni possono essere intuiti ma non conosciuti per mancanza di documentazione diretta, Vecoli prende a prestito le vite di personaggi quali Nino Bixio, Luigi Einaudi, aristocratici, commercianti, sacerdoti, severi e munifici vescovi, avventurieri, garibaldini, idealisti e farabutti che animarono la vicende locali, sociali, agrarie, politiche ed economiche dell’Italia del xix secolo. Individua le fonti più nascoste, trae informazioni da letteratura, poesia, trafiletti di giornali, inventari di scuole, registri di università e libri di battesimi. Così veniamo a condividere il possibile contesto sociale e culturale in cui si formarono il carattere e forse le aspettative del giovane Moreno.

Fra i lasciti della presenza napoleonica in Italia e il coinvolgimento nelle guerre di indipendenza Moreno elaborò le sue idee di libertà, democrazia e mercato nonché sviluppò le sue capacità e conoscenze delle strategie militari. Nella prima parte della sua vita attraversò molte delle guerre d’Asia, conquistandosi una reputazione bifronte: per alcuni, fu un «pirata di terra» e un «solenne, spudorato mascalzone» (p. 47); per altri un patriota, un difensore delle popolazioni native e un coraggioso e illuminato consigliere di re e sultani. Ma già nei capitoli che descrivono i molteplici ruoli che Moreno ricoprì nei suoi soggiorni nei paesi dell’Asia comincia a manifestarsi la «modernità» del personaggio: propose un imperialismo «anti-imperialista» che voleva «offrire civiltà, non imporla», «nel rispetto dei costumi e della religione dei nativi» (p. 66), si adoperò per una politica italiana che si ritagliasse il suo spazio a fronte dell’invadenza di inglesi e olandesi sui mari, mostrando una lungimiranza che mancò del tutto ai politici del tempo. Fallito questo progetto, si spese perché – anziché l’Italia – lo perseguissero invece gli Stati Uniti.

Negli anni sessanta dell’Ottocento si impegnò in progetti innovativi e titanici: suggerì al Congresso americano la cablatura dei fondali marini per il telegrafo per mettere in comunicazione l’Occidente con l’Oriente; propose, prima al governo italiano e poi a quello statunitense, la vendita di un’isola vicino Sumatra di cui si diceva «capo e padrone» (pp. 9-10) per trasformarla in proficua stazione marittima per l’espansione commerciale; raccomandò la creazione di una linea di navigazione con l’Oriente, la difesa dei nativi e della loro cultura nei confronti degli odiati inglesi e la democratizzazione della società hawaiana.

In tutte queste sue peregrinazioni e attività tuttavia Moreno non abbandonò la sua identità italiana e il suo legame almeno simbolico con la madrepatria, mentre abbracciava con gratitudine e consapevolezza la sua nuova identità di uomo libero statunitense. Non diventò affatto un «uprooted» come aveva teorizzato Oscar Handlin, ma un moderno cittadino di due mondi a pieno titolo, un individuo che si trovava a proprio agio sia qui che lì. Questa sua «moderna» condizione gli fu da sprone a diventare il misconosciuto artefice della legge contro lo sfruttamento dei minori negli Stati Uniti negli anni settanta e poi delle inchieste contro il «padrone system» negli anni ottanta dell’Ottocento.

Moreno rappresentò anche il passaggio tra la «prima» immigrazione degli italiani – i risorgimentali, i repubblicani, gli anticlericali – e una «seconda», di massa e più povera. Esponente dell’«aristocrazia» dei primi italiani in America (p. 240), a differenza di questa si fece paladino e portavoce di questi nuovi immigrati, proponendosi di difenderli e al tempo stesso americanizzarli. Tuttavia i suoi feroci e continui attacchi ai diplomatici italiani (polemiche agguerrite e saporite che facevano assai gola alla stampa locale) e all’inefficienza del governo italiano nel prendersi cura dei suoi cittadini all’estero, la denuncia dell’inclinazione degli italiani lasciati a se stessi o addirittura coadiuvati informalmente dai funzionari consolari a unirsi in associazioni criminali fecero di Moreno, secondo la storica Theresa Fava Thomas (p. 293), uno dei creatori dello stereotipo negativo che cominciò ad accompagnare gli italiani immigrati negli Stati Uniti alla fine dell’Ottocento per arrivare poi fin quasi ai nostri giorni.

In definitiva il libro offre spaccati su vari panorami e, nonostante alcune cadute in pagine troppo dettagliate, rappresenta una stimolantissima lettura nell’ambito non solo degli studi sulle migrazioni, ma anche della storia contemporanea.

 

Maria Susanna Garroni

 

 

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