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Rosa María Travaglini, Da Bologna al fin del mundo. 1948. Una historia de emigración italiana

Buenos Aires, De los cuatro vientos, 2011, pp. 379, s.p.

Il 28 ottobre 1948 un gruppo di 618 italiani (505 uomini e 113 donne) provenienti da Genova giunsero in Argentina a Ushuaia, un’ex colonia penale e capoluogo della Terra del Fuoco. A questo primo contingente, il 7 settembre 1949, seguì un secondo di 528 persone (253 maschi e ben 275 femmine: furono molti, infatti, i ricongiungimenti familiari). La maggioranza di questi 1.146 emigranti proveniva dalle province di Udine (282) e di Bologna (252), cui seguivano 97 veronesi, 84 perugini, 63 bellunesi, 60 pesaresi e gruppi meno consistenti originari di molte altre province italiane, dalla Sicilia al Piemonte. Si trattò di un numero molto elevato perché allora Ushuaia contava poco più di 2.100 abitanti. Il progetto di popolamento della città più australe dell’Argentina, denominato spedizione Borsari (dal nome del suo promotore, l’imprenditore bolognese Carlo Borsari), rappresenta uno dei pochi tentativi (forse l’unico) di emigrazione organizzata italiana del secondo dopoguerra.

L’iniziativa di Borsari seguì di pochi mesi gli accordi sottoscritti tra i governi argentino e italiano, il 21 febbraio 1947 e il 26 gennaio 1948, che prevedevano facilitazioni per l’emigrazione di cooperative o di altri nuclei lavorativi. La creazione della Comisión Nacional de Radicación de Industrias nel febbraio del 1948 agevolava inoltre i trasferimenti delle imprese straniere e semplificava il rilascio dei permessi delle maestranze al seguito. Tali misure s’inquadravano nelle politiche di sostituzione delle importazioni del governo populista del generale Juan D. Perón per lo sviluppo industriale del paese. Gli italiani sfruttarono appieno i vantaggi e le offerte del governo argentino: nel 1949, per esempio, le aziende italiane insediatesi in Argentina furono 88 con ben 24.000 dipendenti.

Il progetto di Borsari, presentato al governo latinoamericano all’inizio del 1948 e approvato dal Ministero della Marina il 30 giugno, prevedeva la realizzazione di numerose opere nella regione dell’estremo Sud argentino: strade, abitazioni, una centrale idroelettrica, una scuola, un ospedale, un mattatoio, una fabbrica di cellulosa e una di compensato, oltre all’arrivo della manodopera necessaria. I lavori, che sarebbero durati quattro anni, avrebbero trasformato radicalmente Ushuaia dal punto di vista urbanistico e dell’assetto economico.

I requisiti richiesti agli emigranti riguardavano l’idoneità fisica (tutti gli emigranti dovettero sottoporsi a due controlli medici: il primo del medico dell’impresa Borsari, il secondo delle autorità sanitarie argentine), mentre furono meno rigorose le esigenze professionali. La maggioranza dei lavoratori proveniva dal settore edile (muratori, cementisti, fornaciai, scalpellini, elettricisti, falegnami, idraulici), ma non mancarono minatori, tecnici e professionisti. Gli accordi italoargentini, invece, esclusero i simpatizzanti comunisti. Molte informazioni sugli orientamenti politico-ideologici dei candidati furono fornite alle autorità argentine dalle parrocchie delle località di origine dei partenti. Nonostante Travaglini segnali le inclinazioni fasciste del governo peronista, scarta l’ipotesi che la spedizione Borsari fosse stata una specie di salvacondotto per collaborazionisti in fuga dall’Italia, come invece segnalano altri studiosi. In questo senso, le polemiche, alimentate soprattutto dalla stampa italiana, furono all’ordine del giorno.

Il personale rimaneva vincolato all’impresa Borsari per due anni, alla fine dei quali i lavoratori e le loro famiglie potevano raggiungere altre province argentine, o abbandonare il paese. Furono numerosi, però, coloro che lasciarono la Terra del Fuoco a pochi mesi dall’arrivo, per le difficili condizioni di vita e di lavoro nei primi tempi, per il clima ostile, per la nostalgia di casa e per il peggioramento delle condizioni economiche dell’Argentina nei primi anni cinquanta (soprattutto a causa della svalutazione del peso), ma anche per la paura provocata dal terremoto che colpì Ushuaia il 18 dicembre 1949.

La vita a Ushuaia è documentata da interessanti interviste, realizzate da Travaglini tra il 2007 e il 2008. Oltre ai figli di Borsari, l’autrice interpella altre venticinque persone, tra protagonisti della spedizione e loro discendenti, residenti nella Terra del Fuoco e in Italia, che descrivono le esperienze migratorie della propria famiglia. Il bellunese Daniele Triches, che lasciò Ushuaia nel 1953, ricorda per esempio i vantaggi economici della scelta argentina: «Guadagnavo 800 pesos al mese. Allora con un peso prendevo 130 lire. Spedivo in Italia circa metà dello stipendio, quasi 60.000 lire! In quegli anni una paga in Italia, una buona paga, era di 20.000 lire. Mia madre mi diceva: “Ma dove sei andato che hai trovato una fortuna del genere?” Ma è durata pochi mesi» (p. 340). Da Ushuaia la friulana Gioconda Buzzolo conferma le osservazioni di Triches: «Quando noi siamo arrivati qua si guadagnava bene […] Pagavano 3 pesos o 3,5 pesos l’ora… erano tanti soldi… potevamo risparmiare» (p. 178). Anche Moreno Pretto, figlio fueghino di Luciano, bolognese nato a Novale (Vicenza), ribadisce le immense possibilità offerte agli emigranti dalla nuova patria: «Mio padre era un visionario. Ha fatto un po’ di tutto. Altre delle cose di cui volle occuparsi fu il turismo […] per fare vedere al mondo questa bellissima terra, Tierra del Fuego e il Canale Beagle, dove c’è tanta natura […] Ho cominciato così, prima abbiamo comprato dei bus da turismo, dopo un albergo, dopo un ristorante, ci siamo infine lanciati nel settore marittimo con un catamarano […] e ora abbiamo quattro o cinque catamarani e lavoriamo nel Canal Beagle» (p. 290).

Chiude questo importante volume, pubblicato all’interno del progetto filef-Emilia Romagna sull’emigrazione nella Terra del Fuoco, un elenco nominativo dei 1.146 italiani giunti a Ushuaia tra il 1948 e il 1949.

Javier P. Grossutti

 

 

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