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Niccolò d’Aquino, La rete italica. Idee per un Commonwealth

Roma, Italic Digital Editions, 2014, pp. 359, € 10.

Negli ultimi anni categorie come italici e italicità sono emerse con forza quali nuovi paradigmi interpretativi per indicare e comprendere alcune questioni connesse alla mobilità degli italiani nel mondo e alla diffusione globale della cultura italiana in senso lato. Accanto a Piero Bassetti, ideatore e propugnatore di queste nozioni, il giornalista Niccolò d’Aquino ne è stato uno dei più zelanti divulgatori (si veda, ad esempio, Bassetti, P., Italici. Il possibile futuro di una community globale, in Accolla, P. e d’Aquino, N. [a cura di], Lugano, Casagrande, 2008). Non può, quindi, non suscitare interesse questa raccolta di testi che nell’arco di un ventennio, tra il 1995 e il 2013, hanno cercato di teorizzare, spiegare e raccontare l’italicità e le sue trasformazioni. Si tratta di scritti di vario genere – perlopiù adattamenti di relazioni svolte in convegni dedicati a diversi aspetti del Belpaese come commercio, lingua, cultura e così via – accomunati dall’intento di tracciare lo sviluppo di una definizione che identifica circa 250 milioni di persone nonché di indicarne i contenuti e le loro implicazioni.

In particolare, gli interventi presenti nel volume – opera di sociologi, linguisti e storici che sono venuti in contatto la rete italica in un modo o nell’altro – rispondono alle domande di cosa sia l’italicità, quali siano le connotazioni dell’italico e chi possa dirsi tale. Il libro consta di dodici capitoli, divisi cronologicamente così da evidenziare i cambiamenti progressivi di una nozione, quella di italicità, che si modella sui mutamenti della società e della realtà circostanti.

È proprio con uno scritto di Bassetti che si apre lo sguardo sulla genesi del concetto. Nel 1995 Bassetti era presidente della Camera di Commercio di Milano, tramite la quale aveva commissionato un’indagine sociologica sulle Camere di Commercio italiane all’estero. La nozione conobbe una prima formulazione specifica incentrata sul made in Italy e sui risvolti economici, ma già nel corso della ricerca vide un primo ampliamento. Le Camere di Commercio risultarono, infatti, in contatto tra loro e con altri enti, formando una rete globale di imprese locali delle nazioni dove operavano e il cui tessuto connettivo in una prospettiva planetaria era rappresentato dai prodotti legati all’Italia che esse trattavano. In questi primi passi esisteva in nuce il glocalismo, una condizione tipica dell’epoca contemporanea, per la quale all’interno di un mondo globalizzato vengono valorizzati anche i localismi e nel quale le piccole comunità si fanno portatrici di valori locali e vivono in sintonia con un mondo allargato e transnazionale. L’italicità sembra avere assunto precocemente queste caratteristiche, fino dai tempi dell’emigrazione di massa. Allo stesso tempo, con le sue peculiarità di rete e di apertura, il mondo italico appare particolarmente adatto ad accogliere gli stimoli che il nuovo mondo glocale gli invia. Citando Riccardo Giumelli, che apre il quinto capitolo relativo all’anno 2004: «L’identità italica si può pertanto definire glocale, intendendo con questo termine la capacità di agire localmente e globalmente nello stesso tempo» (p. 150). In questo contesto di trasformazioni va senza dubbio considerato il nuovo ordine europeo, come ricordava già Bassetti nel 1996 e occorre anche riflettere sulle peculiarità statali e istituzionali italiane, non certo nuove ma che nel corso dei secoli hanno influenzato usi e costumi politici, burocratici e sociali del paese. I temi della debolezza delle istituzioni e dell’identità nazionale italiana sono, invece, al centro dei capitoli di Mauro Magatti e Vittorio Emanuele Parsi.

Quel che è italico non si caratterizza però soltanto per appartenenza etnica o istituzionale, ma assume una connotazione culturale in senso lato. Gli italici non sono solo gli italiani, gli emigrati e i loro discendenti. Includono anche i familiari di diversa ascendenza acquisiti degli italiani e, più in generale, coloro che apprezzano il mondo italico. Quest’ultimo comprende i prodotti, la lingua, il cibo, il cinema e tutto quello che nell’immaginario collettivo ricorda l’Italia. Così alcune pagine del volume si occupano di cucina (un’intervista di d’Aquino a Carlo Petrini), e della letteratura italica (l’interessate panoramica di Maddalena Tirabassi sulle narrazioni di viaggio in Italia). Nei suoi risvolti letterari, pertanto, l’italicità viene a indicare quella produzione scritta che ha come oggetto e soggetto il Belpaese, ricostruendone l’immagine attraverso la letteratura di viaggio, in special modo quella legata al Grand Tour, nonché i testi degli italofili e degli emigranti.

Molteplicità e ibridazione si sono accentuate con il passare del tempo. Già l’universo dell’emigrazione italiana ai tempi dei flussi di massa rispecchiava una dimensione plurima ancor prima dell’avvento di un mondo globalizzato e interculturale, in considerazione anche delle caratteristiche disparate delle comunità italiane nel mondo. L’emigrazione è stata senza dubbio uno dei veicoli dell’italicità e ne continua a essere uno dei motori più rodati. È stata proprio l’esistenza di diverse italicità a colpire d’Aquino quando si è avvicinato per la prima volta a Bassetti e alla nascente rete italica. Sentir parlare in italiano, da persone dai mille accenti e dai mille passaporti, è senza dubbio qualcosa che fa pensare. Per quanto riguarda la dimensione specificamente linguistica, si segnala il settimo capitolo, che raccoglie le relazioni di un convegno svoltosi nel 2006 alla Fondazione iulm e che rappresentò una prima occasione per discutere non dell’idioma parlato nella Penisola, bensì delle parlate degli italici. La lingua appare un caso studio significativo in quanto è sottoposta a vecchie e nuove dinamiche: ci sono i dialetti e l’italiano parlato dalle comunità immigrate; c’è la preponderante presenza dell’inglese nelle comunità all’estero e la presenza più o meno flebile delle lingue di approdo degli emigranti.

La pluralità, l’ibridazione e il meticciato rimangono tratti distintivi dell’essere italici e quindi nella raccolta trovano opportunamente spazio anche le nuove sfide che le seconde generazioni di immigrati in Italia offrono proprio all’interno della Penisola. Per esempio, i figli degli immigrati, italiani di nascita ma non ancora cittadini di diritto in assenza dello jus soli, portano con sé valori della terra d’origine pur essendo totalmente italici.

In definitiva, il volume offre utili spunti di riflessione su una categoria identitaria molto più includente dell’oramai tradizionale nozione di «diaspora italiana» e sicuramente meno intrisa del senso di angoscia che quest’ultima tende a veicolare, nonostante la letteratura scientifica più recente abbia superato il concetto di dispersione traumatica di una popolazione che un tempo si accompagnava all’originario termine greco.

Sara Rossetti

 

 

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