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Fabio Caffarena e Laura Martínez Martín (a cura di), Scritture migranti. Uno sguardo italospagnolo / Escritura migrantes: una mirada ítalo-española

Milano, Franco Angeli, 2012, pp. 194, € 27.

La collettanea curata da Fabio Caffarena e Laura Martínez Martín calca un percorso storiografico e metodologico già noto, ma con un approccio fresco e approfondendo temi sinora poco studiati. Al centro dell’indagine troviamo infatti gli scritti popolari dell’emigrazione. Si tratta di fonti già sfruttate in passato dagli storici, ma che in questo volume sono impiegate per mettere a confronto due realtà migratorie, quella italiana e quella spagnola, non sempre e naturalmente accomunate o utilizzate simultaneamente come modelli. È un approccio che lascia ben sperare, anche e soprattutto per la collaborazione tra due università europee, quella di Genova e quella di Alcalá, che nel 2010 hanno promosso un convegno sulle scritture popolari di cui il libro in oggetto costituisce lo sviluppo. Inoltre, in questo lavoro vengono esaminati gli aspetti metodologici, la ricchezza e la reperibilità delle fonti e le diverse questioni – di natura politica, economica, privata, familiare e così via – che possono emergere da tale documentazione.

Il testo si compone di otto saggi, metà in lingua italiana e metà in spagnolo. Il primo, steso da uno dei curatori, Laura Martínez Martín, ricostruisce le vicende di una famiglia spagnola, divisa tra l’Europa e l’America Latina, attraverso gli scambi epistolari intercorsi tra il 1874 e il 1921. Dall’analisi delle missive scaturisce un aspetto particolare di trattamento della documentazione. L’autrice, infatti, ritiene che l’analisi del contesto nel quale le lettere sono state prodotte costituisca un elemento fondamentale nell’utilizzo di questo genere di fonte, utile per comprendere tutto il resto. Diviene, dunque, rilevante prendere in considerazione l’ambiente nel quale questi testi venivano redatti, vicino a chi e con chi stesse l’autore nonché quale fosse il destinatario e se la corrispondenza avesse un impiego personale o collettivo.

Gli interventi degli studiosi italiani sono particolarmente interessanti in quanto non riguardano un’unica meta dell’emigrazione, ma diversi paesi di destinazione quali Stati Uniti, Brasile e Francia. Un’attenzione specifica viene data alla dimensione di genere negli scritti di Giuliana Franchini e di Emanuela Miniati. La prima si occupa di lettere conservate nell’Archivio Ligure della Scrittura Popolare e si concentra sugli scambi epistolari all’interno di alcune famiglie, analizzando in maniera scorrevole e precisa stralci di lettere che raccontano di famiglie divise, vedove bianche, coniugi migranti e uomini senza donne. Il genere emerge prepotentemente in queste pagine. Soprattutto è da sottolineare la riflessione sui ruoli assunti da uomini e donne. Queste ultime erano protagoniste nell’emigrazione, svolgevano funzioni di solito riservate a mariti, padri e fratelli, come la cura degli affari familiari e dei campi, ma non lo facevano sempre in modo totalizzante. Spesso infatti l’ultima decisione spettava alla componente maschile della famiglia. Spunti simili sono offerti anche dal contributo di Miniati, che getta però lo sguardo su una diversa categoria dell’emigrazione italiana: il fuoriuscitismo antifascista. Il saggio vuole proiettare nuova luce sulla dimensione familiare dell’espatrio per motivi politici, una tematica poco indagata nella storiografia italiana sull’emigrazione. Anche qui una delle riflessioni più rilevanti resta quella sui ruoli di genere. Le donne che facevano politica erano, diversamente dalle altre, quelle che riuscivano a occupare posizioni fino ad allora insolite, ma anche quelle che a volte erano costrette a chiudersi in loro stesse e che soffrivano in modo maggiore la lontananza dei propri cari. Così lo scambio di lettere e fotografie diventava ancora più importante in quanto strumento per mantenere i rapporti con gli affetti lontani.

Federico Croci e Carlo Stiaccini presentano invece due tipi di scrittura legati all’emigrazione molto originali. Croci si occupa, come nelle ricerche già citate, di lettere, ma questa volta delle lettere di richiamo, quelle che con il linguaggio amministrativo odierno chiameremmo di «ricongiungimento familiare». Le comunicazioni intercorse erano di due tipi, quelle istituzionali e burocratiche e quelle familiari. Per queste ultime le funzioni erano quelle di invito, così come di informazione sulle reali possibilità di impiego all’estero, un fattore fondamentale per il trasferimento delle persone. La corrispondenza epistolare, fa notare Croci, si trovava sempre a metà tra la cultura orale e quella scritta ed, essendo il prodotto di redattori di scarso livello culturale, rappresentava un doppio riscatto. Gli autori, infatti, acquistavano due diritti nell’atto di porre mano alla penna: quello alla scrittura, fino ad allora riservato alle classi abbienti, e quello alla mobilità.

Ancor meno nota agli studiosi, sebbene non del tutto sconosciuta per i precedenti studi di Augusta Molinari e Paolo Frascani, è la fonte utilizzata da Stiaccini, che si è avvalso dei giornali di bordo conservati nell’Archivio di Stato di Genova e presenti anche in quello di Napoli. Non si tratta dunque di documenti specifici sull’emigrazione, ma di materiale all’interno del quale si trovano considerazioni sulle condizioni di salute degli emigranti, sul loro comportamento e perfino sul loro orientamento politico, come nel caso delle considerazioni sull’influenza del fascismo sul personale di bordo. Anche il viaggio diventa dunque degno di trattazione storiografica e non è più considerato un mero momento di passaggio tra il paese d’origine e quello d’arrivo privo di spunti di interesse per l’indagine degli storici.

Sara Rossetti

 

 

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