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Cristina Lombardi-Diop e Caterina Romeo (a cura di), L’Italia postcoloniale

Le Monnier, Milano, 2014, pp. 283, € 21.

 

Questa collettanea – traduzione e, in parte, rielaborazione di Postcolonial Italy. Challenging National Homogeneity (New York, Palgrave Macmillan, 2012) – rappresenta una conferma di come il contributo italiano abbia ormai una posizione di rilievo nel contesto internazionale degli studi sul postcolonialismo. Lo attestano i due saggi di Robert C. Young e Sandra Ponzanesi – nella sezione che apre il volume – che si incaricano di valorizzare il carattere distintivo del postcolonialismo in Italia e di aggiornare le riflessioni su di esso collocandolo in una prospettiva europea. Alla prima seguono altre quattro sezioni. La seconda, dedicata al «Corpo della nazione. Smembramenti e trasformazioni», analizza come la «natura frammentaria del processo di costruzione nazionale abbia implicato continue trasformazioni dell’italianità e dell’alterità attraverso una serie di costruzioni discorsive e retoriche, di finzioni narrative e di atti performativi» (p. 22). La terza, intitolata «Tracce e frammenti dell’Impero», esamina la vasta e pervasiva presenza del colonialismo nell’immaginario dell’Italia contemporanea. La quarta sezione attraversa le «Relazioni di razza» e in particolare i dispositivi di costruzione di bianchezza e nerezza, enfatizzando più la «prossimità, piuttosto che la separazione tra bianchi e neri nel presente» (p. 24). La quinta e ultima considera la produzione musicale, cinematografica, letteraria e quella legata alle culture giovanili scaturite da soggetti migranti e postcoloniali secondo «un’estetica che trascende i confini nazionali e i modelli culturali italiani» (p. 25).

D’altra parte non si può non considerare come l’Italia sia prima di tutto un oggetto per lo studio della condizione postcoloniale intesa come uno dei fattori determinanti nella formazione delle società e delle culture e nella vita quotidiana. È, peraltro, un caso di studio particolarmente rilevante perché «il processo di decolonizzazione non ha coinciso con l’inizio dell’era postcoloniale» (p. 1). A differenza di Gran Bretagna, Francia e Paesi Bassi, all’indomani della decolonizzazione l’Italia non è stato il punto di arrivo di migrazioni spontanee dalle sue ex colonie, a parte la sporadica presenza di giovani intellettuali etiopi, di studenti somali e di donne eritree giunte al seguito di famiglie italiane dopo il rientro negli anni sessanta. Cosicché, alla fine degli anni novanta l’Italia ha finito per avere una delle popolazioni immigrate più diversificate d’Europa che includeva migranti provenienti da Europa, Nord Africa, Africa subsahariana, America Latina, Cina e Sud-Est asiatico. Tale eterogeneità mette in discussione un’idea di postcolonialità che non è né il riflesso di una cultura coloniale universalista e assimilazionista, come nel caso della Francia, né il riflesso di una cultura coloniale particolarista e integrazionista, come in quello della Gran Bretagna e dei Paesi Bassi.

Il nodo centrale di questo volume, che possiede una vocazione spiccatamente multidisciplinare, sta nel non limitarsi a un’analisi del passato coloniale ma nel voler mettere in luce come le relazioni di potere generate dal colonialismo siano non solo perpetuate ma riconfermate nell’Italia contemporanea. Questa impostazione determina l’individuazione di un saldo rapporto di continuità tra il passato coloniale e altri fenomeni cruciali per la formazione dell’identità italiana, come – ad esempio – la cosiddetta questione meridionale, evidenziando il «carattere essenzialistico e razzializzante del discorso politico e culturale sul Meridione», carico di dicotomie e di una «visione manichea della divisione tra Nord e Sud» (p. 6).

Fortemente debitore verso le elaborazioni gramsciane sulla questione meridionale e sul concetto di subalternità, il volume suggerisce la definizione dei migranti dal Sud al Nord – in particolare nell’Italia repubblicana – come «migranti coloniali interni» (p. 7) la cui razzializzazione era, in parte, effetto del discorso coloniale. Questi avrebbero, infatti, condiviso con gli «italiani settentrionali alcuni dei privilegi che derivavano dalla cittadinanza, ma allo stesso tempo erano spesso discriminati e trattati come cittadini di seconda classe nel mercato lavorativo e abitativo» (p. 7). Si tratta di un’impostazione non priva di suggestione, che tuttavia suggerisce un modello omogeneo e disciplinato che oscura i percorsi soggettivi pure attentamente studiati da un’accorta storiografia capace di aprirsi alla sociologia e all’antropologia.

Un’altra questione cruciale che il volume prova a dipanare è, oltre al complesso rapporto con l’area mediterranea, quello delle ingenti migrazioni transoceaniche ed europee che hanno drenato l’Italia dal momento della sua unificazione e che si sono snodate in parallelo alle imprese coloniali.

Dunque sono particolarmente i temi relativi alla mobilità geografica di uomini e donne a giovarsi del decentramento dello sguardo proprio dell’approccio postcoloniale. Ne è un esempio il saggio «La post “colonia” degli emigranti nell’Italia dell’immigrazione» di Teresa Fiore che partendo dal concetto di «continuum migratorio» di Oscar Gaspari e dai lavori di Nicola Labanca propone una «lettura congiunta delle due nozioni di colonia territoriale e colonia emigrante allo scopo di elaborare un concetto più ampio di colonialismo italiano» (p. 63). Fiore coglie la questione semantica – un’autentica oscillazione – tra i due significati di «colonia» che avrebbe determinato rilevanti conseguenze sulla formazione dell’identità nazionale ma anche per la «percezione della condizione postcoloniale nell’Italia contemporanea dell’immigrazione» (p. 63).

È un’impostazione che enfatizza particolarmente il carattere transnazionale del nuovo stato-nazione, di cui tanto la storiografia sull’Italia liberale quanto quella sull’emigrazione potrebbe giovarsi.

Alessandra Gissi

 

 

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