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MAFIAs. Realities and Representations of Organized Crime

John D. Calandra Italian American Institute, New York, 24-26 aprile 2014

Da tempo non pochi italoamericani e la quasi totalità delle loro organizzazioni etniche ritengono che l’impiego del termine mafia in rapporto a un qualsivoglia aspetto dell’esperienza italiana negli Stati Uniti costituisca il riflesso di una qualche forma di pregiudizio e di intolleranza, se non addirittura la manifestazione di una vera e propria denigrazione, contro la loro minoranza nazionale e i suoi membri. Pertanto, la scelta di dedicare il settimo convegno annuale del John D. Calandra Institute alle vicende e alle raffigurazioni delle mafie in una prospettiva globale risulta, allo stesso tempo, intellettualmente coraggiosa e accademicamente capace di sottrarre gli Italian American studies a quell’uso pubblico con finalità apologetiche e agiografiche che ha periodicamente rischiato di travolgere questa disciplina, riducendola a un mero strumento di difesa del buon nome degli italoamericani negli Stati Uniti. Infatti, sebbene i relatori abbiano utilizzato il concetto di mafia in un’accezione quanto più estesa possibile, senza limitarla né a una particolare caratterizzazione geografica (siciliana o italiana), né a una specifica connotazione etnica (italoamericana) del crimine organizzato (per esempio, Aunshul Rege ha parlato della malavita indiana, James S. Pula di quella polaccoamericana a Chicago e Patricia Tovar delle donne dei cartelli colombiani della droga), numerosi interventi si sono occupati di questioni riguardanti proprio gli immigrati italiani negli Stati Uniti e i loro discendenti. Altri contributi, come quello di Louis Corsino sulle attività criminali nella cittadina di Chicago Heights, hanno privilegiato una prospettiva comparativa tra vari gruppi etnici tra i quali, però, gli italoamericani hanno comunque rappresentato uno dei termini del confronto.

In particolare, Stefano Vaccara – autore di una recente biografia di Carlos Marcello, il boss formatosi nell’ambiente del gangsterismo di New Orleans (Carlos Marcello. Il boss che odiava i Kennedy, Roma, Editori Internazionali Riuniti, 2013) – ha delineato le origini delle organizzazioni criminali siciliane in questa città alla fine dell’Ottocento, prima dell’efferato linciaggio del 1891, mettendo in rilievo come fosse la relazione con le istituzioni locali a rendere questi gruppi una mafia propriamente detta. Il rapporto quasi simbiotico con l’amministrazione municipale e le forze di polizia è stato richiamato anche da R. Brian Ferguson nel definire l’elemento che segnò a New York la trasformazione delle gang di strada in criminalità organizzata, un ambito dal quale emersero malavitosi come l’attivista sindacale Paolo Vaccarelli, alias Paul Kelly. Invece, sull’onda del favore incontrato dalla monografia di Salvatore Lupo sulle reti transatlantiche (Quando la mafia trovò l’America. Storia di un intreccio intercontinentale, 1888-2008, Torino, Einaudi, 2008), Simon May ha approfondito la prospettiva transnazionale, fornendo una rassegna del dibattito sul rapporto tra malavita italoamericana e mafia siciliana, volto a stabilire la natura endogena o esogena della prima, nel trentennio precedente la chiusura dell’immigrazione di massa. Nello specifico, May ha fatto riferimento al fenomeno della «Mano Nera» e all’assenza di testimonianze sull’esistenza in Sicilia delle cosiddette «lettere di scrocco», la principale arma ricattatoria a cui ricorsero invece alcuni gruppi criminali che operarono nelle principali Little Italies nel periodo a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento.

Degne di nota sono pure le due relazioni di Tommaso Caiazza e Marina Cacioppo basate rispettivamente su San Francisco e New York. I due interventi, paralleli nell’impostazione e concordi nelle conclusioni, hanno analizzato la risposta della stampa locale italoamericana al fatto che l’opinione pubblica Wasp colse l’occasione di due delitti efferati maturati in ambiente malavitoso nel 1905 e nel 1907 per stigmatizzare il presunto dilagare di comportamenti criminali in ciascuna Little Italy. In entrambi i casi, i giornali etnici elaborarono una «controrappresentazione» della propria comunità, per scardinare gli stereotipi anti-italiani ed enfatizzare il rispetto degli immigrati per la legge, sottolineando ad esempio l’ascendenza settentrionale del nucleo originario degli italiani di San Francisco e il contributo fornito dal detective Joseph Petrosino nel contrastare la criminalità newyorkese.

L’ambito delle raffigurazioni della mafia ha riguardato soprattutto la problematica della percezione degli italoamericani come mafiosi veicolata dai media. Per esempio, Kelly Slater ha presentato i risultati di un’indagine quantitativa attestante il risalto dato a questo genere di lettura dalla stampa di Filadelfia. Invece, Anthony F. Tasso ha fornito un’interpretazione psicologica per spiegare come la fascinazione dell’opinione pubblica per la figura del boss mafioso trascenda le differenze di genere. Altre relazioni hanno affrontato la dimensione della cinematografia. In questo settore Joseph P. Cosco ha esaminato la pellicola di Larry Cohen Black Caesar (1973) nei termini non solo di rifacimento in chiave afroamericana del film Little Caesar (1931) di Mervyn LeRoy, uno dei capostipiti dell’identificazione degli immigrati italiani con la malavita organizzata a livello di cultura di massa, ma anche di risposta al successo di The Godfather (1972) di Francis Ford Coppola, per sfruttare la popolarità dei filone del mafia movie presso l’audience nera, presentando la sfida di un malavitoso di colore di Harlem ai «padrini» italoamericani newyorkesi. Inoltre, Giovanna De Luca ha svolto una lettura comparativa di due film biografici quali Al Capone (1959) di Richard Wilson e Salvatore Giuliano (1962) di Francesco Rosi, sottolineando come il primo volesse suggerire allo spettatore l’idea della sopravvivenza della mafia italoamericana anche a oltre un decennio di distanza dalla morte del famigerato boss di Chicago.

Al di là dei risultati talvolta significativi raggiunti da alcune singole relazioni, nel complesso il convegno è riuscito a dimostrare come gli Italian American studies possano affrontare il tema della criminalità organizzata italoamericana con rigore scientifico nonché in un’ottica transnazionale e interdisciplinare, senza censure preventive verso tematiche ritenute scomode o «politicamente scorrette» ed evitawndo di cedere alla tentazione di asservire la ricerca a finalità di difesa etnica della comunità italoamericana.

Stefano Luconi

 

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