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Simone Battiston e Bruno Mascitelli, Il voto italiano all’estero. Riflessioni, esperienze e risultati di un’indagine in Australia

Firenze, Firenze University Press, 2012, pp. xx-118, € 15,90

Il voto degli italiani residenti all’estero alle elezioni politiche ha costituito motivo di interesse mediatico, andando ben oltre la sfera degli addetti ai lavori, a causa delle sue importanti conseguenze per la formazione dei governi. Dopo essere stato determinante per la vittoria del centro-sinistra nel 2006, grazie al sostegno a sorpresa dato all’Ulivo dal senatore Luigi Pallaro, eletto come indipendente in America Meridionale, si è rivelato fondamentale anche per il successivo governo Berlusconi, se si tiene conto del passaggio alla coalizione di centro-destra del senatore Antonio Razzi, eletto in Europa nelle fila dell’Italia dei valori.

All’interno dello stesso Parlamento italiano, da tempo, si nutrono dubbi circa l’opportunità di un quadro normativo che, dopo aver ampiamente esteso il diritto di cittadinanza sulla base dello ius sanguinis, ha istituito dei collegi elettorali all’estero. Tali dubbi diventano più forti quando si considera che la possibilità di acquisire la cittadinanza italiana, e quindi di essere rappresentati, è invece fortemente limitata per chi nasce in Italia da genitori stranieri.

Il volume di Simone Battiston e Bruno Mascitelli esce in un momento cruciale del dibattito sulla riforma elettorale la quale, forse, potrebbe anche rimettere in discussione le modalità del voto all’estero. Diviso in tre capitoli, esso ripercorre, nel primo, le tappe fondanti del dibattito sul voto degli italiani all’estero fino alla promulgazione della legge 459/2001. Nel secondo si sofferma sulle esperienze di voto dal referendum del 2003 fino a quello del 2011, passando in rassegna le elezioni politiche del 2006 e del 2008, quelle dei Comitati degli italiani all’estero nonché le primarie dell’Unione, prima, e del Partito democratico, poi. Nel terzo, infine, riporta i risultati di un’indagine sull’elettorato residente in Australia realizzata dagli autori dopo le elezioni del 2006.

Come e quando si sono formate le comunità italiane all’estero, come si sia passati dalla nozione di «emigrante» a quella di «italiano all’estero» nel dibattito pubblico (p. 15), quali siano i problemi della costituzione di un’anagrafe elettorale estera, connessi strettamente alla nozione di cittadinanza, sono il filo conduttore della sintesi d’apertura. Si prosegue quindi con la storia del voto estero, fin dalle sue origini all’inizio del Novecento, soffermandosi sulle ragioni dello stallo che contraddistingue i quarant’anni compresi tra l’Assemblea Costituente e i primi anni ottanta, fino alla svolta del partito comunista, il quale, gradualmente abbandonando la propria posizione ostile, permette, nel 1988, l’approvazione della legge istitutiva dell’Anagrafe degli italiani residenti all’estero (aire). La successiva legge sulla cittadinanza (91/1992) apre di fatto la strada a quella sul voto. Essa, tuttavia, come non mancano di mettere in evidenza gli autori, nel privilegiare il legame di sangue e «la trasmissione della cittadinanza generazionale senza vincoli e limiti» (p. 31), crea non pochi problemi di ordine amministrativo e identitario, tra discendenti della diaspora e cittadini italiani emigrati.

Il secondo capitolo evidenzia subito il primo problema che la nuova normativa sul voto ha generato: la difficoltà di allineare i due elenchi elettorali esistenti, l’originaria anagrafe consolare gestita dal Ministero degli Affari esteri e l’aire, gestita dal Ministero dell’Interno, ma di competenza unica dei Comuni. Al primo appuntamento, il referendum del 2003, tra le due anagrafi vi era ancora una discrepanza di 100.000 nominativi. Altre questioni affrontate sono il voto postale, e il conseguente rischio di manipolazioni elettorali, la rappresentanza parlamentare e il sistema elettorale «solo formalmente proporzionale» (p. 55), i candidati e le campagne elettorali. Per ogni tipo di appuntamento elettorale – referendum, elezioni degli organismi di rappresentanza, elezioni politiche e scelta del candidato premier dello schieramento di sinistra – gli autori riportano dati, risultati e elementi utili a ricostruire il quadro di insieme.

Entrambi i capitoli, sia pure non originali in sé, forniscono un’utile sintesi, ricca di riferimenti critici e bibliografici, delle questioni relative alla composizione dell’elettorato all’estero e alle politiche dello stato italiano nei confronti dell’emigrazione. L’ultima parte, che fornisce lo spunto per il sottotitolo, costituisce il contributo nuovo e più interessante al dibattito sul tema del voto degli italiani all’estero, poiché ne riferisce direttamente le opinioni sul voto loro concesso, in termini sia simbolici sia di efficacia, sulla base di un formulario distribuito tra il giugno del 2007 e il marzo del 2008.

Sui 613 questionari ritenuti validi il 26% dichiara di non aver votato o perché contrario o non interessato, o perché non ha ricevuto la scheda elettorale. Motivazione, quest’ultima, che conferma le difficoltà del funzionamento della macchina elettorale. Il commento di un partecipante al sondaggio coglie bene tutte le incongruenze del sistema: assenza di un controllo di identità dei votanti, incomprensibilità dell’italiano giuridico-amministrativo, definito «archaic» (p. 78), nel caso dei referendum, insensatezza del voto per chi risiede stabilmente in Australia e non ha frequentazione con la politica e la società italiane.

Le informazioni fornite dai sondati rivelano una generale soddisfazione per l’aver votato, forse condizionata dalla «novità dell’elezione di candidati locali» (p. 81), come chiosano gli autori. Tuttavia, le percentuali mostrano che il voto di opinione, dato a un partito o a una coalizione, prevale su quello espresso in favore di un singolo candidato.

Anche se molti affermano di conoscere i parlamentari eletti, forse perché residenti nella stessa città, pochi ne conoscono i programmi e qualcuno dichiara addirittura la propria delusione per le personalità votate. Interessante l’approccio, tipicamente anglosassone, di chi non capisce per quale ragione dovrebbe essere in contatto con il proprio deputato, nella misura in cui «time and energies (our own and our representatives’) are limited» (p. 90), e gli stessi rapporti con il rappresentante al parlamento australiano si limitano a due newsletter all’anno.

La cultura anglosassone si evidenzia anche in diversi commenti che ribadiscono il principio per cui non vi è diritto alla rappresentanza politica senza contribuzione fiscale. Sono pochi coloro che pensano che partecipare alle elezioni politiche italiane li abbia allontanati dalla politica australiana e ancor meno coloro che sentono che tale atto li abbia distaccati dai valori e dalla cultura del paese di adozione. L’esperienza transnazionale di voto viene vissuta positivamente da alcuni, mentre emerge in altri una certa preoccupazione qualora la possibilità di fare campagna elettorale all’estero venisse presa a modello anche da nazioni le cui tradizioni democratiche fossero meno radicate di quella italiana.

La ricerca sconta il divieto di accesso alle liste elettorali ai fini della costituzione del campione posto dal Ministero degli Affari esteri e, perciò, appare limitata dal punto di vista quantitativo: 613 questionari su un bacino elettorale di 94.529 (dato aire) rappresentano solo lo 0,65 % della popolazione. A questo proposito, gli autori danno comunque ampio conto dei criteri di selezione del campione nonché di distribuzione, compilazione e raccolta dei questionari.

Anna Consonni

 

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