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26 anni, Berlino, Germania, giornalista freelance

Intervista registrata il 08.02.2013

                      

 

Nel caso delle tua intervista ci sono due aspetti che mi interessano: il primo è quello della tua storia personale, perché tu sei uno degli esponenti di questo nuovo fenomeno che noi chiamiamo le «nuove mobilità»; il secondo riguarda invece la vostra iniziativa editoriale Il Mitte.

Iniziamo con la tua storia personale: dove sei nato, cos’hai studiato, eccetera.

Sì. Ho 26 anni, compiuti nel novembre del 2012; ho vissuto sempre in Lombardia, in Brianza, a Cesano Maderno, nella casa dei miei genitori. Ho studiato a Milano in un liceo classico e poi ho conseguito una laurea di tre anni di in Scienze della Comunicazione/Giornalismo alla Cattolica di Milano, e, sempre alla Cattolica, ho frequentato un Master Biennale di Giornalismo con annesso praticantato, una scuola giornalistica riconosciuta dall’Ordine dei Giornalisti. Quindi, dopo gli studi sono andato in Kosovo, dove ho girato un documentario che tratta il tema della minoranza serba nel paese. A dicembre 2011, ho fatto l’esame di stato per diventare giornalista professionista, e ho passato sia lo scritto che l’orale. Nel gennaio del 2012 ho iniziato la mia carriera professionale: collaboro con un quotidiano online che si chiama L’inkiesta.it e anche, da poco, con altre testate italiane, Radio Montecarlo, TGCOM24 e qualcuna più piccola, insomma.

Adesso sei a Berlino: come ci sei arrivato?

Berlino, sì… perché ci sono stato in visita una volta e me ne sono innamorato perdutamente; così insieme alla mia ragazza Elena Brenna, che è fotografa videomaker e musicista, abbiamo deciso di tentare insieme un’esperienza all’estero e Berlino ci sembrava la città giusta, sia perché ci piaceva e ci ispirava molto, sia perché avevamo in mente di fare appunto Il Mitte, questo progetto in lingua italiana per la comunità italiana di Berlino.

Come ha funzionato, quindi? Siete partiti e poi…

Siamo partiti nel marzo del 2012 con, chiaramente, una casa affittata dall’Italia, e nei due mesi successivi, oltre a trovare una sistemazione abitativa più duratura, abbiamo sviluppato questo progetto che è andato online il 7 maggio 2012.

E per quanto riguarda le competenze linguistiche? Il tedesco lo parlavate già?

Lei sì, ha studiato tedesco alle superiori e poi ha fatto un’esperienza in una famiglia tedesca per qualche settimana, io invece no, ho iniziato a studiarlo da autodidatta a casa e qui poi ho integrato con un corso che sto tuttora facendo. Il mio livello è ancora base ma ho a che fare tutti i giorni con quotidiani e televisioni tedesche, nel senso che seguo chiaramente le notizie, e questo mi sta aiutando molto ad esercitarmi. Sicuramente non è una lingua semplicissima: qui a Berlino puoi sopravvivere con l’inglese, ma il tedesco è essenziale per integrarsi, quindi lo sto imparando molto volentieri.

Restando sulla conoscenza delle lingue, che altre lingue conosci e come le hai apprese?

Italiano e inglese: l’inglese l’ho appreso a scuola e facendo qualche corso specifico a livelli un po’più alti; per il resto parlo uno spagnolo conversazionale.

Tralasciando l’esperienza in Kosovo, prima di Berlino, durante i tuoi studi, hai mai avuto un’esperienza di intescambio universitario all’estero, Erasmus, Socrates o altre?

No, mai. Forse anche la mancanza di un’esperienza di questo tipo mi ha messo la voglia di farne una dopo. Ho avuto sempre in testa la vocina che mi diceva «vai in Erasmus», ma poi non l’ho fatto, anche perché poi durante gli studi ho iniziato a lavorare, a Mediaset, e per un anno e mezzo non ho avuto la possibilità di andar via dall’Italia. Ho scelto di restare per questo motivo

Arrivando alla vostra iniziativa editoriale: da cosa nasce l’idea? Ce l’avevate già prima di arrivare a Berlino, no?

Sì, guarda, io sono sempre voglioso di sperimentare con i nuovi media. Oggi il giornalista deve essere in grado di reinventarsi ed essere un po’ imprenditore di se stesso visto che il giornalismo, almeno in Italia, è quello che è. Quindi ho iniziato a fare video, e ho fatto un corso di dizione, anche se non si sente [ride] per migliorare lo speakerato. Insomma, ho cercato di esser più completo. E in questo senso Il Mitte è una nuova possibilità . Èsimile ad un blog; è partito da me, completamente autofinanziato e senza grosse spese. L’idea è derivata dal fatto di voler andare all’estero, e fare qualche esperienza editoriale pur non parlando il tedesco. Ho visto che c’erano dei blog italiani a Berlino, anche abbastanza seguiti, però mancava davvero un organo di informazione che raccontasse la città, e in questo senso, visto che ci sono tantissimi italiani senza sapere il tedesco, ho pensato a uno strumento che potesse aiutarli ad immergersi nella città. Poi ho scoperto che mi era stata mossa la critica che Il Mitte potesse diventare un strumento facilitatore per gli italiani che arrivano: quindi arrivi qui, non sai il tedesco, ti trovi pure il giornale in italiano, e non ti invoglia a imparare il tedesco. In realtà ho notato che invoglia molto, e comunque gli italiani, come penso tutti nel mondo, preferiscono leggere nella loro lingua; preferiscono, poi non è che leggono noi e non leggono la Berliner Zeitung o il Tagesspiegel. È uno strumento in più.

Come definiresti il portale? Coprite tutti i resort, come li chiamano in Germania, dalla politica al tempo libero? Come vi siete strutturati?

Abbiamo deciso di fare un giornale generalista, che segue tutto ciò che accade in città, con la fortuna che Berlino non è una città che si limita al locale, cioè quello che succede qui ha ripercussioni in tutta la Germania o in tutta l’Europa addirittura, e talvolta anche direttamente in Italia, visto che la comunità di italiani qui è sempre più grande. Le sezioni sono dalla cronaca alla politica; arte e cultura che qui funziona molto bene; gli eventi che sono una parte a cui noi teniamo moltissimo, e anche una parte turistica che è rivolta agli italiani che vengono qui anche per un brave periodo. Abbiamo un grosso seguito dall’Italia, ci seguono davvero in molti penso perché Berlino è una città che ti lascia dentro qualcosa: anche se ci sei stato per un’esperienza di tre mesi in Erasmus o se ci sei stato con la tua ragazza due anni fa, ti piace l’idea di seguire quello che succede qui perché magari un giorno ci vorrai tornare o venire a vivere.

Quindi abbiamo questo duplice pubblico, sia gli italiani di Berlino che coloro che, in Italia, sono innamorati di Berlino per qualche ragione. Il giornale offre anche una sezione, che amo moltissimo, che si chiama «DidrittederMitte», che è una raccolta di articoli in italiano semplificati, con giochi di parole- grammaticali e lessicali- indirizzati ai tedeschi, quindi rivolta più ai tedeschi che vogliono imparare l’italiano o che lo sanno. Stiamo creando una sorta di accordo con una scuola d’italiano qui di Berlino per fornire questo genere di contenuti, da usare come esercizi durante le lezioni eccetera.

Potresti darmi un insight sul target che riuscite a raggiungere, magari attraverso Google Analitycs, e sui vostri contatti, o sulla distribuzione in percentuale: quanti di questi sono a Berlino o in Germania?

I contatti giornalieri sono attorno ai 3000, e in totale sui 45.000 mensili, contando anche i visitatori unici. La crescita è stata molto rapida nei ultimi 3 mesi, mentre ovviamente i primi 6 era a livello di start up. Da quando alcune testate giornalistiche hanno incominciato a interessarsi a noi , c’è stato un riscontro assoluto. Ci leggono soprattutto persone tra i 25 e i 35, questa è la fascia preponderante; la seconda fascia è quella dai 35 ai 45 e la terza fascia quella dai 35 ai 45. Quindi insomma: giovani, un po’ meno giovani e giovanissimi. Penso sia il target abbastanza normale di un giornale online. Il 50% della gente che ci legge, lo fa dall’Italia.

Questo è molto interessante. Quindi parliamo di quelle persone che vengono per turismo e amano questa città. Toglimi una curiosità sul titolo che avete scelto, Il Mitte: è un quartiere centrale di Berlino, significa anche «centro», il nome tedesco è femminile ma voi usate «il», come mai? Mi racconti la genesi del nome?

Sì, per quanto riguarda il genere, ti dico subito, l’abbiamo fatto perché gli italiani dicono «il Mitte», «vado a Mitte» dove è scontato che sia una parola maschile; ma anche perché lo associavo all’articolo del nome del giornale, Il Corriere della Sera eccetera.

La Stampa, La Repubblica però…

Giusto, effettivamente è vero. Ma per me «Il Mitte» suonava bene, è un nome simpatico, suona bene sia in tedesco che in italiano, è multilingue, e d’altra parte c’è anche un motivo culturale: non abbiamo scelto il nome del quartiere centrale per dire che siamo «fighetti» ovviamente, ma perché Mitte è la zona in cui Est e Ovest si fondono, dove c’erano mura e ora non ci sono più, e si sono mescolate tante esperienze diverse negli ultimi venti anni. Quindi è forse il quartiere che più di tutti raccoglie lo spirito da un lato contradditorio, ma dall’altro ospitale, di Berlino.

Mi hai detto che i primi mesi era tutto autofinanziato, ma adesso siete riusciti a trovare un modo per finanziarvi, chessò, con la pubblicità?

Sì, gli introiti vengono tutti dalla pubblicità, quindi dalle aziende italiane e tedesche, anche se principalmente italiane; però adesso stiamo cercando di trovare aziende tedesche, anche perché qui a Berlino ci rivolgiamo ad una comunità molto ampia, quindi anche i ristoranti o i supermercati tedeschi potrebbero essere interessati a pubblicizzarsi sul giornale. Negli ultimi 4 mesi ho avuto 6 inserzionisti diversi, ma ora siamo in una fase di stallo, di flessione, non so se è fisiologico per la chiusura dell’anno fiscale o per le vacanze natalizie. Adesso ci stanno iniziando a scrivere un po’ di nuovi interessati, speriamo di chiudere qualche nuova sponsorizzazione. In più abbiamo dei banner in Flash che vanno su in automatico, simili a quelli del programma di Google Alt.Sense, ma non mi ricordo sinceramente come si chiama il programma. Su questi noi non abbiamo il controllo, prendiamo una percentuale ad impression, insomma. Li abbiamo appena messi, vedremo tra un mese come va; non so quale sia l’effettivo riscontro economico di una cosa del genere. A lungo termine l’idea è quella di trovare un investitore, qualcuno che editi il giornale.

Voi siete una realtà giovane, ma come funziona? Riuscite a pagare i contributi che vi mandano o li mandano su base volontaria? Se ho capito bene, siete in due a gestire il giornale. Gli altri collaboratori invece?

Non ci avevamo pensato così tanto, ma poi da quando siamo andati online abbiamo iniziato ad essere subissati di richieste di collaborazione e ciò che diciamo sempre è che non ci sono i soldi per una collaborazione retribuita. Ora abbiamo 15 collaboratori su base volontaria, sono per lo più giornalisti che vivono qui e che collaborano magari già con qualche testata tedesca, ma hanno voglia di scrivere in italiano, sono giovani, hanno voglia di fare esperienza, nessuno di loro è giornalista professionista.

La mia giornata tipo è: sveglia presto, rassegna stampa delle notizie del giorno, divisione del lavoro con Elena; io stesso scrivo la maggior parte dei contribuiti, gli altri vengono mandati ai collaboratori, secondo la loro disponibilità e voglia, e spesso sono loro che ci propongono delle cose. Adesso abbiamo anche due tedeschi che scrivono in italiano.

Mi interessava sapere se questo progetto sta iniziando a portare degli introiti, se siete salariati, oppure se siete in negativo…

Non siamo in negativo perché le spese sono state talmente poche per farlo partire! Però no, non abbiamo un salario, abbiamo degli introiti che ci permettono di pagare l’affitto e basta. È presto, e in più quello che ci manca, lo dico confidenzialmente, è un business model, qualcuno che si occupi della parte pubblicitaria, che tramuti il traffico web del giornale in introiti, cosa che né io né Elena abbiamo il tempo o la capacità di fare.

Tornando invece alla tua storia personale, tu come ti mantieni a Berlino?

Ho delle collaborazioni con le testate italiane, e in più ho dei progetti miei, di libri o documentari; da freelance cerco di fare il più possibile.

Se posso chiedertelo, più o meno quanto guadagni e con quanto campi al mese?

È difficile calcolarlo, da freelance dipende molto dai mesi, diciamo fra 600 e 900 euro. Con quanto campo? Con 500…

Evviva Berlino!

Tra affitto, spese, cibo e abbonamento dei mezzi…

Questo significa che Berlino è una città a buon prezzo, economica.

Tra le capitali europee, se escludiamo Praga e quelle dell’Est, sì, penso di sì. Deriva probabilmente dal fatto che sono successe talmente tante cose negli ultimi decenni, anche l’economia stessa ha avuto un profilo molto più basso rispetto al resto della Germania. Berlino è una città in cui non ci sono molte industrie, produce poco, ha molta disoccupazione e vive facendo debiti a spese degli altri lander, finanziata dai soldi federali. L’economia a Berlino è abbastanza stantia. Bisogna sfatare questo mito: Berlino non è la Germania. Chi viene qua senza un progetto e senza un lavoro fa molta fatica. L’immigrazione qui è diversa da quella dei vecchi gasterbeiter; sono per lo più giovani laureati, con master eccetera, e sicuramente non è così facile trovare lavoro. L’ambito che dà più lavoro è l’ambito delle start-up, del web, della programmazione, allora sì. Forse poi c’è qualcosa nella gastronomia, almeno per gli italiani, ma si tratta di lavori retribuiti molto poco. Devi saper bene il tedesco e avere una volontà ferrea se vuoi venire qui ed affermarti, anche perché la disoccupazione è quasi ai livelli italiani.

Io mi ero occupato di questo nel 2006 e avevo riscontrato un tasso di disoccupazione molto alto. Pensi che la situazione sia cambiata, oppure…? Perché giovani italiani continuano ad arrivare in massa, nell’ordine di 1000 o 2000 persone all’anno? Qual è il feedback che tu ricevi dal tuo lavoro?

Mah, diciamo che gli italiani che sono qui riescono tutti bene o male a fare qualcosa, anche se sì, ce ne sono alcuni che tornano a casa con le pive nel sacco: magari si aspettavano chissà che cosa e dopo 6 mesi qui in cui non sono riusciti a combinare niente, se non magari un lavoro da cameriere part-time a 300 euro al mese, se ne tornano a casa. Anche perché il tedesco è più lungo da imparare di quello che si pensa, quindi devi o arrivare qui con dei soldi tuoi, e stare qui due anni e imparare il tedesco bene per poi far fruttare la tua laurea italiana. Oppure, nell’ambito artistico soprattutto, c’è moltissima concorrenza non solo fra tedeschi ma anche fra tutte le varie comunità a cui gli artisti appartengono. È vero che ci sono molte gallerie d’arte, ma, ad esempio, se sei un fotografo o un pittore magari ti espongono le opere senza difficoltà e fai curriculum, però a livello economico non ti entra niente. Bisogna quindi bilanciare l’idealizzazione di Berlino con quella che è la realtà. Dal 2006 a oggi non so dirti cos’è cambiato, io non c’ero, però penso non molto, sennonché essendo arrivate molte più persone, le opportunità sono diminuite ancora.

Facciamo un passo indietro tornando alla vostra scelta di Berlino: pensi che abbia influito il fatto che Berlino sia una città economica o sono state altre le motivazioni che hanno indotto due giovani come voi ad emigrare proprio in questa città?

Sicuramente sono state altre le motivazioni preponderanti, anche se devo ammettere che Londra o Parigi sarebbero state impossibili per le nostre tasche. C’entra anche questo fatto, sì, se affittarti un monolocale in una zona abbastanza decente di Parigi penso ti costi sugli 800 o 900 euro al mese, e qui trovi ancora a 400. Per il resto, la vita notturna e i ristoranti costano meno, i mezzi pubblici rispetto all’Italia costano di più però ovviamente è un servizio diverso, e per quanto riguarda i prodotti al supermercato, la spesa quotidiana o i costi del cellulare non cambia molto da quanto si spenderebbe in Italia. Costa un po’ meno la benzina, quello sì.

La crisi ha influenzato in qualche modo la vostra scelta di andarvene dall’Italia?

Mmm, non so, non te lo so dire, guarda, se mi fosse arrivata un’offerta di lavoro top in Italia, non so, un posto negli Esteri a La Repubblica o nel Corriere della Sera, fosse avrei meditato un attimo prima di rifiutarla, ma siccome offerte di questo tipo non solo non esistono più ma non si può neanche più sperarci… In questo senso sì, sapevo che in Italia non avrei avuto almeno a breve termine grandi prospettive. In realtà, prima di partire ho ricevuto una proposta di lavoro, fare l’ufficio stampa di un’azienda importante a tempo indeterminato, però avevo già quest’idea di Berlino e ho deciso di rifiutare.

Mmm, un posto fisso con un buon salario….

Sì, il salario base era di 1200 euro netti al mese, quindi ottimo, però, ti dico sinceramente, non era la mia strada. L’ufficio stampa non è giornalismo, e anche lì, l’idea di aver fatto due anni di master in Giornalismo, ed esser diventato professionista, insomma, con un sacco di sforzo, un sacco di investimenti economici per poi finire in un ufficio stampa e bloccare la mia carriera e l’ambizione, non soddisfaceva le mie richieste al momento….però era un buon posto, che penso tre quarti dei miei amici avrebbe invidiato tantissimo. Quindi sì, la crisi è c’entrata in un certo senso, sì, però non è stata decisiva.

È interessante questa cosa del posto fisso…è questo che io chiamo flessibilità, cioè la flessibilità in entrambe le direzioni, nei pochi casi in cui può esserlo e anche il lavoratore può scegliere, ecco. Sai che il nostro centro si occupa di storia delle migrazioni e che ci sono svariati studi sulla stampa all’estero e sui media all’estero: ecco, un progetto come il vostro, una realtà nuova, come si pone rispetto ad altre realtà come Il Corriere d’Italia o Radio Colonia, sia per il target che avete sia per i contenuti? Ti faccio una domanda diretta: ti senti un rappresentante della stampa italiana all’estero?

Non mi sento niente di particolare, mi sento uno che sta provando a realizzare un’idea che gli piace. Sì, qui c’è Il Corriere d’Italia e Radio Colonia: fanno due cose un po’ diverse. Il primo è un giornale che non parla di Berlino se non pochissimo, è distribuito gratuitamente, è legato alle posizione della Chiesa e delle missioni religiose: è un tipo di giornalismo un po’ vecchio, senza nulla togliere ai colleghi che sicuramente fanno bene il loro lavoro. Anche questo in maniera confidenziale, ho notato che spesso ripubblicano i nostri articoli senza nemmeno avvisarmi, segno che anche loro preferiscono uno sguardo un po’ più giovane. All’inizio la cosa mi era stata un po’ sulle palle, li ho chiamati e abbiamo chiarito. Radio Colonia invece è un realtà stupenda: li abbiamo intervistati e loro hanno intervistato me, c’è stato molto scambio in questo senso, e c’è la possibilità di creare a lungo termine una sinergia. In realtà, io sto cercando sinergie con gli altri giornali in lingua straniera qui a Berlino: con uno spagnolo e uno francese faremo uno scambio di contenuti, loro tradurranno dei nostri contenuti e noi dei loro. Si tratta sempre di realtà molto giovani nate negli ultimi mesi.

Mi ricordo che c’era un giornale spagnolo a Berlino…

Mah, guarda, ce n’è più di uno, quello con cui lavoriamo noi si chiama Berlunes ed è più un blog: ci hanno scritto per chiederci se gli mandavamo qualche contenuto, che poi loro avrebbero tradotto e messo su con un link, e l’idea ci piaceva. Quello francese invece si chiama Le Petit Journal ed è un po’ diverso: è una casa editrice che edita diversi giornali online, sempre in francese, nelle varie città europee. Conosco la ragazza che lo dirige, e oggi pomeriggio dovrei vederla per parlare di questa cosa qui: lei è interessata a fare uno scambio.

Certo. Sempre riferendoci alle testate classiche dell’emigrazione, forse cambia il target, cioè fra i vostri lettori ci sono seconde generazioni o figli di migranti?

Sì, lo strumento che ho per potertelo dire è Facebook, perché vedo chi ha messo «mi piace» alla pagina del giornale, e ci sono molti italotedeschi, anche se non saprei quantificare. Ce ne sono: fa molto il fatto di aver magari imparato in casa la lingua e di volerla tenere in esercizio, perché se anche l’anno parlata con i genitori, oggi magari usano solo il tedesco. Per cui, leggere le notizie sulla loro città in italiano lo trovano piacevole.

Anche da Berlino?

Sì, abbiamo alcuni lettori che ci seguono sia da Berlino sia da altre parti della Germania, infatti stavo pensando di aprire altre sezioni su altre città.

Avete intenzione di fare il salto verso il cartaceo, prima o poi?

No, penso di no. Non ha più molto senso, la carta e la stampa su carta sono oggi troppo dispendiose e la distribuzione poi…come fai a distribuirlo?! Nella teoria non mi dispiacerebbe, che so, fare un mensile in parallelo all’online, però per adesso non c’è questa possibilità

Torniamo alla tua esperienza personale: hai intenzione di tornare in Italia a vivere o a lavorare?

Al momento non escludo niente; per adesso sto bene qui e vorrei provarci per un po’. Se poi non dovesse andare bene con Il Mitte, cosa che spero non succeda…

In realtà, non ho la pretesa che mi dia una stipendio da non so quanto, ma sì che diventi la mia prima fonte di reddito. L’importante è che, se ho una base economica con Il Mitte e con le altre collaborazioni che riesco a integrare abbastanza bene, va bene così. Alla fine sto investendo a stare qui, sto investendo con il tedesco, e poi anche tempo e soldi. Non so, fra due o tre anni si tireranno le fila di come è andata.

E poi magari un altro paese, un paese terzo, o l’Italia, o…

Mah, non lo so, anche se ci penso, ci penso. Mi affascinano tantissimo gli Stati Uniti e il Canada, il resto d’Europa non credo ecco, anche se non si sa mai. Ci sono parecchie cose che mi piacciono e interessano in Europa, però se mi chiedi «cosa farai fra tre anni?», ti rispondo: «vado in America».

 

 

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