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26 anni, Torino - Shanghai, laureata in Scienze della Formazione

Intervista registrata il 22/07/2013

 

 

 

 

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Raccontami un po’ dove sei nata, quanti anni hai, qual è stato il tuo percorso di studi.

Guarda che non abbiamo tanto tempo! [ride] Mi stai chiedendo una vita intera in cinque minuti!Sono nata in Cina, in Hu, che è un paese intorno a Wen Tang, che è nella provincia di Wen Thou che sta nella regione di Zei Chang. Sono arrivata in Italia che avevo nove anni, o dieci, dipende da che punto di vista si guarda l’età [calendario cinese o occidentale]. Ho scoperto che appena si nasce si ha già due anni!

Dove questo?

Nel mio paese. In Cina invece, quando nasci hai già un anno.

Perché viene calcolato il primo anno di vita

Sì esatto. Perché lo zero non esiste, rappresenta il nulla. Ad esempio, adesso noi siamo al primo piano, ma per un cinese saremmo già al secondo, perché si parte dal primo. In Cina ero abituata a scendere al piano terra e schiacciare «1» nell’ascensore, oggi sono andata su e volevo scendere schiacciando uno ma ho detto «ma dove cacchio è? Ah già, devo schiacciare lo zero, me l’ero dimenticata, lo zero!».

Mi sono laureata quest’anno in Scienze della Formazione a Torino, e dai nove anni ho vissuto quasi sempre a Torino, prima nella zona di Porta Palazzo e successivamente più in centro.

Per quale motivo ti sei trasferita a Torino a nove anni?

Ho fatto un ricongiungimento familiare con mio padre, che stava in Italia già da diversi anni, un paio. Lavorava in un ristorante e successivamente ha fatto il ricongiungimento con tutta la famiglia.

E quanti siete stati a venire in Italia?

Siamo tre, madre e sorella.

Possiedi la cittadinanza italiana?

No, non la possiedo: avevo iniziato a fare la procedura e, anche se era tutto pronto, all’ultimo l’ho ritirata e non l’ho più richiesta per una questione personale. Alle fine, il problema del permesso di soggiorno è pesante, è sempre più un incubo ripetitivo e le cose non migliorano, anzi peggiorano. Alcuni miei amici scelgono di prendersi la cittadinanza italiana – non solo cinesi, ma anche marocchini o peruviani – per togliersi il calvario del rinnovo oppure…come si chiama? La carta di soggiorno… cos’è che si fa? Non il rinnovo, ma…la dichiarazione di aggiornamento, mentre il permesso di soggiorno si rinnova a seconda del contratto di lavoro. Anche se tutti i miei amici mi hanno consigliato di prendere la cittadinanza italiana, anche in Cina, ancora adesso sono incerta di volerla prendere. Uno perché non penso, tra virgolette, di essere italiana, più che altro perché non credo che gli altri mi considerino italiana, per quanto io sia brava a parlare italiano o a conoscere alcuni elementi storici e culturali italiani. Credo che comunque io non possa essere integralmente un’italiana. E poi anche perché per il momento la Repubblica Popolare Cinese non permette la seconda cittadinanza. Questo è un altri dei crucci dei cittadini cinesi. Ad esempio, i cittadini peruviani o marocchini possono avere la doppia cittadinanza, quindi per loro non è una questione di scelta, ma di levarsi via il problema burocratico e smettere di andare in questura a 28 anni.

Visto che ne stiamo parlando, volevo toccare la questione identitaria, di come ti senti, come ti identifichi.

Ah sì, mi sono arrivate spesso queste domande ma io non ho voluto rispondere perché mi sembrano veramente banali, che si sia sempre fossilizzati lì a farti decidere di scegliere chi vuoi essere, invece di chiederti cosa vorresti essere! «Da che parte vuoi stare? Tifi per il Milan o…?» [ride]. Non so nulla del calcio, e pensa che a Shanghai vivevo vicino al grande stadio, vabbé. Fammi altre domande.

Ti faccio queste domande perché negli studi migratori c’è questo «stare di mezzo», per cui una volta gli italiani che vivevano in Germania dicevano: «ah, quando torno in Italia sono il tedesco, mentre quando sto in Germania sono l’italiano». È chiaro che si fa fatica, che non è molto facile vivere in un altro contesto, perché sinceramente anche io sono cresciuto in Germania…

Secondo me è proprio questo che continua a bloccare una prospettiva diversa, perché continuano sempre a chiederti chi sei, chi sei oltre a quello che sei qua, e questo non ti permette di evitare di dire « io non sono né italiano, né cinese, né…tedesco», per dire.

Esatto; io ad un certo punto rispondevo: «io sono europeo». Però poi ci sono dei concetti anche…aspetta, come si chiama quel filosofo…

Cittadini del mondo!

Sì, a parte il discorso cosmopolita…

Che però è un po’ evasivo.

C’è anche chi parla di identità multiple…che potrebbe essere anche quella una soluzione, se ci si sente un po’ italiano, un po’ cinese, un po’ tedesco. Poi chiaramente sta a ciascuno dire «io mi voglio rispecchiare in queste cose».

Sì, però quando ti fanno un’intervista una delle domande principali è sempre quella, quindi proprio il fatto che questa domanda continui a persistere non ti permette di fare un ragionamento diverso. Perché, alla fine, per rispondere a questa domanda ragioni e ti dici: «mi devo dividere in due parti, quanto sono in percentuale italiana e quanto sono cinese?». Io stessa che mi interrogo rimango bloccata in questa idea di dovermi dire «a cena sono italiana e a mezzogiorno sono cinese». E questo non mi permette di pensare a me stessa con altre prospettive, ma devo per forza rintanarmi nella scelta di dividermi a metà. C’è sempre una divisione alla fine…poi in qualche maniera ti ricomponi, ma ti senti come tagliata in due e non mi sembra giusto.

Infatti una risposta possibile può esser quella di allargarsi ad un’ottica cosmopolita o di guardare al livello internazionale

Io trovo che questa domanda effettivamente sia proprio brutta.

Quindi, procediamo: mi hai detto che hai sempre vissuto a Torino tranne un periodo in cui sei stata a Shanghai, giusto?

Sì, sono tornata in Cina non con l’obiettivo di stare a Shanghai. Sicuramente Shanghai è un porto, un incrocio di molte nazionalità, di persone di tutti gli strati sociali e di tutte le diverse culture perché la città, dagli inizi del novecento, da quando c’è stato il colonialismo, è diventata una zona neutrale, rispetto alle altre città come Pechino, che è molto più cinese nonostante il fatto che sia capitale e che quindi dovrebbe essere una città che accoglie. Shanghai è una porta di ingresso per gli occidentali – se vogliamo dividere il mondo in due – e una porta di uscita per i cinesi.

Per quanto tempo sei rimasta a Shanghai e per quale motivo?

Cinque mesi, per riprendere a studiare la lingua cinese. Mi sono iscritta all’università di lingue e letterature straniere, la Sisu di Shanghai, che a quanto pare è una delle migliori per quanto riguarda le lingue, anche perché, come qui, ogni università ha la sua specializzazione. L’università era strutturata molto bene, nel senso che in Cina ci sono dei criteri: a partire dalle elementari fino all’università, per dichiararsi scuola, una struttura deve avere certi elementi, come ad esempio la palestra, il campo, la biblioteca, la mensa, lo spazio libero per lo studio, le aule e il dormitorio. Senza queste componenti, il governo cinese non ti permette di definirti scuola, puoi solo essere una agenzia privata. All’interno del corso mi è capito di incontrare diversi italiani.

Ci sono delle tipologie particolari di italiani che vengono a Shanghai? Riusciresti a categorizzare quelli che hai conosciuto a Shanghai?

Sono un po’ dispersivi. Ho conosciuto un italiano che stava lì da un po’; quando gli ho chiesto se la sua intenzione era quella di tornare in Italia, non mi ha detto esplicitamente di no, ma ha fatto una faccia come per dire: «preferirei andare da un’altra parte. Piuttosto Argentina o Brasile». Non aveva voglia di tornare in Italia troppo presto. Però mi dava la sensazione che la sua vita in Cina fosse abbastanza precaria. Poi ho conosciuto un’altra persona molto in gamba per quanto riguarda l’imprenditoria, perché ha aperto diverse attività tra cui un pronto pizza e un negozio di abbigliamento. Si dà molto da fare ma non riesce, secondo me, ad inserirsi bene nel mercato e a fare bene il marketing secondo una prospettiva di cosa vorrebbe l’utente locale. Tende ad offrire la pizza italiana in quanto tale, come valore, pensando che si venda bene di per sé solo perché è italiana.

Invece no?

Sì, da una parte è vero, ma è un effetto di passaggio. Se uno vuole che la sua attività abbia un profitto, che stia sul territorio lunghi anni e che piaccia agli acquirenti, bisogna farsi la propria fedeltà di clienti, altrimenti dopo due anni chiudono. Questo succede spesso, che dopo due anni si chiuda. I cinesi vedono una pizzeria italiana e pensano «ah, guarda, è italiana», ma il giorno dopo se ne sono dimenticati. Non c’è un approccio nel capire cosa vogliono gli utenti cinesi.

Quindi il made in Italy andrebbe annacquato con elementi locali? O non funziona comunque?

Il made in Italy non scende a compromessi con quello che chiede il mercato locale. Alcune marche piacciono, e vabbé, come Gucci e Prada, però la pizza no; la pizza la vendi anche se hai un ristorante che richiama qualcosa di locale, e di per sé non si vende, costa venti o trenta euro, per un cinese è carissima!A meno che non si voglia fare bella figura con gli amici e li si porti in pizzeria, ma questo non succede tutti i giorni. Nonostante questo ragazzo fosse dinamico e intraprendente, secondo me rimane un po’ rigido con la propria identità culturale e sociale, perché la pensa come schermo di protezione; per altri brand in altri campi non è così, si trova una sintesi.

Poi c’era un altro signore italiano che fa educazione in Cina e ha aperto un’agenzia, Edulife, e un ristorante in cui sfrutta al massimo i camerieri cinesi; in sei mesi non ho mai capito cosa facciano.

Questi italiani li cercavi? Come li hai incontrati?

Non li cercavo. Ho conosciuto prima i miei amici che sono a Shanghai e che sono italiani come me, di seconda generazione, e loro che sono in città da più tempo conoscendo l’italiano, iniziano a lavorare con gli italiani che vanno a fare imprenditoria in Cina, come intermediari, traduttori o segretari. A questo mio amico Fabio che lavora a Shanghai è capitato anche di andare a lavorare per un italiano, ma faceva traduzione da inglese a italiano, non usava neanche il cinese! Cioè, un italiano che arriva in Cina e vuole fare imprenditoria senza neanche sapersi muovere con l’inglese!

A proposito, tu che lingue parli e come le hai imparate?

L’italiano, il cinese e un po’ l’inglese, per una comunicazione base, che per quello che ho dovuto fare andava bene.

E dove l’hai imparato?

All’università a Shanghai, c’erano i corsi in cui i professori facevano lezione in inglese.

Ma in questi cinque mesi in cui hai studiato il cinese?

Sì, per me l’inglese era più facile! [ride]. L’avevo studiato a scuola in Italia, ma non l’ho mai usato.

Diciamo che avevi una base scolastica.

Sì, però qui in Italia non lo usi mai, là invece è molto più facile. Poi molti giovani cinesi studiano tutti l’inglese, anche le mamme ci si mettono per passatempo.

Buon segno! E, che prospettive hai per il futuro?

Non rimanere ferma in Italia.

Non rimanere in Italia.

No, non rimanere ferma in Italia. Mi rendo conto che non devo negare il pezzo della mia vita vissuto qui, quindi posso ritornare in Italia e vederla come un luogo familiare, in cui ritornare e fare delle cose, ma non riesco a vederla come un luogo fisso in cui stare, perché ho desiderio di esplorare ancora non solo la Cina ma anche altri paesi. Ho progettato con un’amica che ho conosciuto a Shanghai di andare in America fra due anni, però, sai, queste sono cose che si dicono. Io cercherò di fare quello che mi è possibile, di avere una vita con spazi più aperti, a me oggi l’Italia mi sembra chiusa, immobile, che non riesce ad uscire dai suoi confini. E mi sono resa conto che la lingua italiana all’estero non è utile, c’è il fascino di Roma o del cibo italiano, ma per interagire nel mercato lavorativo…

Il tuo desiderio quindi verte verso un paese terzo, quindi.

Sì.

E la Cina?

La Cina è sempre il mio paese.             

E dove ti piacerebbe vivere nei prossimi anni?

Magari in America.

E la Cina?

La Cina è casa mia, io tornerei anche, ma per ora so che la Cina c’è, è lì; è come la casa di mamma e papà, sai che c’è, è lì, ma non è che devi tornare per forza. Vorrei esplorare altre cose e quando avrò perso la voglia di esplorare potrò tornare. Anche l’Italia è un posto dove posso tornare perché la conosco e la sento familiare, ma non la considero casa mia, più che altro perché mi fanno sentire così, estranea. L’Italia è come essere a casa di amici per me.

Interessante. La Cina invece è casa tua nonostante tu abbia vissuto solo i primi nove anni. Hai parte della famiglia in Cina?

Sì. I miei zii, che però non stanno a Shanghai.

Quando vivevi qui, sei tornata spesso in Cina?

Solo tre volte: una nel 2007, una nel 2009 e una adesso, tutte le volte per una tappa scolastica, diciamo. La prima volta mi sono fermata un mese, la seconda due mesi e questa volta cinque mesi. Io in Cina ci tornerei anche subito, ma sono curiosa di vedere altre cose.

Rifiuti questo discorso dell’identità, ma ti senti molto cinese pur essendoci rimasta molto poco, e molto meno italiana pur essendoci stata molto.

Però sentirsi cinese non vuol dire vivere in Cina, il cinese guarda in modo strano anche me, perché vengo dall’estero, immagina che io conosca più cose, abbia più competenze di un cinese che non è mai stata all’estero. Però mi vede sempre come cinese, ecco. Ci sono ragazzi di origini cinesi che non sono nati in Cina e che hanno una vita completamente europea e dei progetti, ma non si dimenticano di esser cinesi.

Spesso la community si crea all’estero e si portano aventi le tradizioni. Si può esser cinesi vivendo in Canada o a Milano.

Sì, quando torni in Cina, dici «io sono italiano, sono peruviano, sono canadese», però ho in genitori cinesi. A me è capitato di conoscere una ragazza che diceva «quando sono in Cina mi sento italiana e quando sono in Italia cinese», ma capita anche il contrario: quando sono in Italia io mi sento italiana e quando sono in Cina cinese. È individuale come percezione.

Segui la politica italiana?

Sì, l’ho seguita anche dall’estero, è un disastro.

Con che frequenza?

Con i mezzi informatici standard: televisione, radio e giornale.

All’estero leggevi i giornali italiani?

Sì, online, anche se in Cina ci sono due testate italiane. Ma anche qui in Italia, il cartaceo non lo legge più nessuno! [ride] Sono andata nell’istituto di cultura italiana, e c’erano le riviste italiane.

Segui la politica cinese?

Sì, sono due modelli e meccanismi completamente diversi, entrambi criticabili, ma per adesso quello cinese pare funzionare meglio. Ho potuto vedere gli insegnanti cinesi durante un corso di cultura e lingua cinese orientarsi molto sulla governance e sulla politica cinese, sulle gerarchie, sulla società; vedevo molti miei compagni di classe stupiti e scioccati perché pensavano «nel mio paese non è così». Io non riesco a dire: «nel mio paese è così», ma semmai, «ah guarda, qui è così», se hanno scelto questo meccanismo ci sarà un perché. Questo mi permette di non avere preconcetti e di non considerare strani gli altri. In genere chiunque confronta le cose rispetto a come si fanno nel proprio paese, ma bisogna domandarsi perché nel proprio paese le cose funzionano in un modo.

Che motore di ricerca usi?

[ride] Se usi Google ti disperi! È accessibile ma lento. Uso Baidoo.

E per le restrizioni che ci sono in Cina rispetto a Facebook?

Sanno tutti che non si può usare, ma sanno anche come usarlo lo stesso. È una questione formale quella della censura, poi tutti sanno come aggirarla.

Perché viene censurato lo stesso?

Perché non c’è un accordo economico fra Facebook e la Cina. Non so bene, però forse Baidoo, essendo cinese, permette più guadagni con la pubblicità cinese.

Secondo te cosa dovrebbe cambiare qua in Italia perché tu possa accettare di rimanere?

Ma no![ride] Non puoi chiedermi queste cose, ci vorrebbero due ore di risposta! Ci vorrebbe una bacchetta magica per rivoluzionare tutto, e io non ce l’ho. In questo momento vivere in Italia è difficile, e penso che sarà sempre più difficile; se vivrò qui, sarò sempre la straniera.

Se l’Italia divenisse un paese multiculturale potresti pensare di restare?

Perché si parla ancora di multiculturale se quella ministra che viene tanto criticata [Cecile Kyenge] non è considerata italiana?! Non è forse italiana?

Mi è capitato di dire, scherzando, ad un signore peruviano con cittadinanza italiana, «Ma lei non è italiano!» e lui mi ha risposto, «dov’è che mi vedi che non sono italiano?». Aveva preso la cittadinanza da molti anni, ma nell’aspetto e nell’accento si capiva che non era di qui. Però giustamente la sua retorica…cos’è che gli manca per esser italiano?

Ma non pensi che nel futuro possa cambiare questo?

No.

Però tu sai che l’Italia ha conosciuto l’immigrazione da poco, a differenza di Francia, Germania o Inghilterra. Credi che in futuro ci sia una speranza di cambiamento, in venti o trent’anni?

Se penso a quel bambino che mi ha visto in treno e si è spaventato, non penso che fra trent’anni cambierà idea.

Non credi nell’integrazione?

In Italia c’è la Chiesa che pesa.

La chiesa è razzista?

Sì, molto, perché separa ciò che è «loro» e ciò che è «fuori da loro».

Però la chiesa è una delle poche associazioni multietniche. È globale.

All’estero non è forte come qui.

Beh, in America Latina è fortissima. Avrai studiato anche tu i rapporti Caritas; gli unici a fare rapporti sull’immigrazione sono dentro la chiesa.

Sì, però lo fanno con una prospettiva di carità, non di parità. Fanno le cose necessarie, l’assistenza, senza pensare di cambiare le cose.

Dici che la chiesa separa e non si auspica una società multiculturale?

Una cosa che vedo in Cina è che lo straniero è quello che ha più soldi, che è meglio considerato; non vedi uno straniero trattato male in quanto straniero, puoi esser insultato se sei cretino, ma non se sei straniero.

Non c’è razzismo in Cina?

Non è che non c’è razzismo, ma c’è un rapporto diverso, una prospettiva della diversità: in Cina ho scoperto cos’è la diversità, qui ho fatto fatica. In Cina lo straniero è visto come diverso, ma non viene negato in quanto non fa parte della comunità, invece in Italia sì, se sei diverso, spesso non

piaci. In Cina, se sei diverso, sono curiosi, ti vogliono capire, anche se rimangono loro con le loro usanze e tu con le tue.

Ma non c’è integrazione.

C’è convivenza, c’è un confronto: io sono curiosa, magari non riuscirò mai a capire certi valori o modo di fare, ma accetto che tu sia il mio vicino di casa. Qui, se hai un vicino di casa straniero, la prima cosa che dici è: «guardi che l’ascensore si è rotto», e io dico, «ma sono arrivata l’altro ieri, non è che l’ho rotto io!». 

 

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