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“Il servizio sociale per gli immigrati italiani negli Stati Uniti nei primi decenni del Novecento”

“Il servizio sociale per gli immigrati italiani negli Stati Uniti nei primi decenni del Novecento”

Relazione di Maddalena Tirabassi presentata alla Giornata sui temi delle migrazioni e dei profughi in occasione della Giornata internazionale del Servizio Sociale, 15 marzo 2016, Torino.

Testo tratto da Maddalena Tirabassi, Il Faro di Beacon street. Social Workers e immigrate negli Stati Uniti (1910-1939), Milano, Franco Angeli, 1990.

Le immagini provvengono da Tirabassi, Il Faro (cit.), dall'archivio del Centro Altreitalie e dal web.

 Le comunità  prosperano
 quando il valore e la dignità delle persone
sono rispettate

 

La citazione della Giornata mondiale del servizio sociale del 2016, ponendo l’enfasi sulla dignità delle persone, ben sintetizza le policy adottate dal nascente servizio sociale sull’immigrazione negli Stati Uniti di inizio Novecento.

Gli Stati Uniti e l'immigrazione

Negli Stati Uniti dal 1820 al 1924 immigrarono 35,5 milioni di persone; negli anni venti erano presenti nel paese 13.000.000 di immigrati, su una popolazione di 92.000.000 di persone, pari al 14,13%, a cui vanno aggiunti 26 milioni di ‘americani’ di seconda generazione. Data la legislazione statunitense sulla cittadinanza, basata sullo ius soli, si può affermare che circa il 40% della popolazione fosse straniera (oggi in Europa si hanno 72.700.000 immigrati in su una popolazione di 729.000.000 di abitanti pari al 9,87%).

Gli americani erano preoccupati e divisi per l’arrivo di queste masse provenienti dai paesi più poveri dell’Europa. Si andava dalla xenofobia, ben esemplificata da questa vignetta in cui gli italiani vengono raffigurati come topi che scappano dalle stive delle navi, agli imprenditori che fino all’inizio degli anni venti sostennero la libera immigrazione perchè forniva manodoperra a basso costo, ai sindacati che per gli stessi motivi la osteggiavano, ai settori più progressisti che vedevano negli immigrati un arricchimento per la società americana. 

Gli Stati Uniti furono anche i primi a elaborare programmi, e coniare il lessico, per l’inserimento degli immigrati nella società americana. Il social work costituì uno strumento imprescindibile per formare i nuovi cittadini.

Ripercorreremo qui l’esperienza di inserimento degli italiani che erano uno dei gruppi etnici più numerosi, quasi 5 milioni, attraverso la lettura che ne fecero le social worker del periodo.

 

  

 

Ellis Island

Gli Stati Uniti si mobilitarono di fronte all’emergenza immigrazione: Castle Garden, il vecchio porto di sbarco degli immigrati provenienti dai paesi occidentali,  venne sostituito, nel 1892, da Ellis Island. 

 

Negli ultimi anni molto è stato scritto e rappresentato su Ellis Island, dai film alla letteratura partendo da fonti storiche, vorrei aggiungere solo un commento: è il simbolo migliore dell’organizzazione statunitense che oltre un secolo fa si trovò ad affrontare l’emergenza di una media di seicentomila immigrati all’anno.

 

Che ruolo esercitò il servizio sociale nei confronti di questa emergenza?

I problemi apportati dall’industrializzazione, dall’urbanizzazione e dall’immigrazione avevano reso inadeguate le iniziative di mero volontariato, ancorché organizzato scientificamente, che aveva caratterizzato l’Ottocento. Venne adottato il metodo del casework: che non divideva più i bisognosi tra degni e non degni, ma indagava il background di ogni singolo caso per scoprire i fattori che determinavano la dipendenza, all’insegna del motto  «Né elemosina né amici, ma un servizio professionale».

Il lavoro delle assistenti sociali iniziava sin dal momento dello sbarco: assistenza a chi non passava l’ispezione sanitaria, aiuto per mettere in contatto gli immigrati con parenti e compaesani già arrivati in America, spiegando loro la legislazione sull’immigrazione e scrivendo appelli alla Commissione sull’immigrazione perché non venisse loro rifiutato l’ingresso negli USA. Il sostegno giuridico continuò poi con l’Assistenza per la naturalizzazione e cittadinanza, ricongiungimenti familiari dopo la legge del 1924.

   

Di particolare interesse è la branca del social work statunitense dedicata all’immigrant social work.

La Prima guerra mondiale aveva mostrato il fallimento del melting pot (omogeneizzazione spontanea delle culture immigrate), ed era iniziata un’intensa campagna di americanizzazione forzata, a cui risposero i riformatori sociali elaborando le prime teorie (integrazione culturale) sul multiculturalismo. È in questo ambito che si si inserisce il servizio sociale più progressista.  Gli International Institutes si dedicarono espressamente all’ immigrant social work. Fondati nel 1912 dalla Young Women's Christian Association si basavano su una conoscenza della cultura di origine degli immigrati al fine di ottenere un loro riuscito inserimento nella società americana. Un aspetto per noi di interesse è dato dal fatto che, pur essendo di matrice protestante, non esercitavano proselitismo anche se uno degli scopi iniziali della ywca era stata la conversione delle giovani donne immigrate. La necessità di una continua mediazione tra la cultura del paese di origine e quella degli Stati Uniti determinò l’affermarsi, già dai primi del Novecento, della figura della nationality worker. Agli inizi si trattava di giovani donne, americane di seconda generazione, che appartenevano al gruppo etnico di cui si occupavano, che assolsero la funzione di quelle che oggi chiamiamo “mediatrici culturali”.

La migrazione a catena portò alla costituzione nelle principali città statunitensi delle little italies, ossia di interi quartieri abitati da italiani nelle cui strade la lingua ufficiale erano i vari dialetti del Paesi di provenienza, con negozi in cui si vendevano prodotti italiani di importazione. Quartieri una volta residenziali si svuotarono per lasciare il posto ai tenement, che, secondo la descrizione della Immigrant Commission nel 1900, venivano così definiti:

edifici di cinque o sei piani, a volte sette, lunghi poco più di sette metri e larghi trenta, con uno spazio libero di tre metri sul retro, per dare luce e arie alle stanze su quel lato. Ogni piano è generalmente diviso in quattro appartamenti, essendoci sette stanze su ogni lato dell'ingresso, che si estendono sulla strada verso il retro. Delle 14 stanze su ogni piano solo quattro ricevono luce ed aria diretta dalla strada o dal piccolo cortile sul retro. Generalmente lungo le pareti laterali dell'edificio vi è quello che viene chiamato “condotto dell'aria” cioè un'incavatura della parete profonda 70 centimetri e lunga da 15 a 18 metri e alta quanto l'edificio. Questi condotti funzionano come trasmettitori di rumori, odori e malattie e quando scoppia un incendio diventano una cappa infiammabile rendendo spesso difficile salvare l'edificio dalla distruzione.

New York era la città degli Stati Uniti con più tenements: secondo i dati della stessa commissione  nel 1909 c'erano 102.897 tenements houses , con una popolazione di 3.775.343 in cui abitava oltre il 79% della popolazione di New York.

  

Casa, salute, dieta,

I numerosi enti di assistenza agli immigrati, pubblici e privati dedicarono molta attenzione alle condizioni di vita nei tenements: e attraverso le loro testimonianze è possibile conoscere quali furono le principali difficoltà incontrate dalle donne nel loro impatto con la vita cittadina.

Il social service in campo medico fu uno dei primi: esso si basava sul presupposto che fosse più facile curare la malattia se si avevano dati sull’ambiente in cui viveva il paziente. Ciò era particolarmente vero nel momento di forte urbanizzazione e immigrazione: i quartieri degli immigrati erano diventati focolai di malattie quali dissenteria, polmoniti e soprattutto tubercolosi. Le cure necessarie andavano oltre a quelle farmacologiche, occorreva che i malati seguissero a casa norme igieniche per prevenire i contagi, e che cambiassero stile di vita. In questo senso si ritagliava un ampio spazio per l’intervento degli assistenti sociali.  Particolare attenzione venne dedicata ai bambini, a causa degli alti tassi di mortalità infantile. Rifacendosi a una manualistica in forte espansione, le assistenti organizzarono corsi di economia domestica al fine di insegnare alle madri di famiglia a fare la spesa, a cucinare col gas, a preparare cibi adeguati per i bimbi piccoli,  la ventilazione della casa, per sfatare la credenza che l'aria e le correnti fossero un pericolo per la vita dei bambini, didereo  consigli sull'abbigliamento e il sonno, per prendere infine in considerazione gli aspetti dell'educazione, del gioco e delle attività sportive. Non sempre i loro consigli venivano apprezzati. Si scontraro con le immigrate sulle questioni dietetiche: olio d’oliva, aglio  e verdure crude, ritenute allora di difficile digestione in America vs cereali e latte...

Attraverso una fitta rete di club le assistenti degli istituti – spesso appartenenti al gruppo etnico di cui si occupavano e che parlavano la lingua delle immigrate – cercarono di orientare le madri immigrate anche nell'arredamento della casa, perché imparassero a riutilizzare vecchi mobili, sia per non farsi sfruttare dai commercianti locali, sia per non appesantire l'arredamento con oggetti e tendaggi che poi sarebbe stato difficile mantenere puliti. Le condizioni igieniche sono anche qui tenute in principale considerazione. Ma anche qui con scarso successo.

La salute è uno dei campi in cui intervennero con maggior incisività. Se vai in ospedale è per morirviera l'idea diffusa tra gli immigrati italiani rispetto all'assistenza pubblica e, fino agli anni trenta, le nascite avvenivano a casa, con levatrici italiane. Tra le famiglie di cui si occuparono gli istituti si riscontra infatti, assieme a un'altissima diffidenza nei confronti dei medici e degli ospedali, anche molta superstizione e ignoranza. Perciò le assistenti sociali dovevano intervenire spesso per spiegare le più banali norme igieniche.

Dai casi riservati del case work, emergono problemi in cui si intrecciano fattori abitativi e povertà, ignoranza e violenze: tenere lontani, quando le condizioni abitative lo permettevano, i bambini malati di tubercolosi o di sifilide  da quelli sani, o convincere una donna al terzo mese di gravidanza, malata di polmonite a non bere pozioni a base di canfora. Le assistenti sociali intervenivano anche nel campo dell'educazione sessuale, per convincere le donne che l'allattamento prolungato non sarebbe servito a evitare nuove gravidanze, o per metterle al corrente della possibilità di una loro sterilizzazione, come si può leggere nel caso di una donna madre di sei figli, a cui, avendo avuto l'encefalite da bambina, era stato raccomandato di non avere gravidanze. Altre madri, che ritenevano i figli malati a causa del malocchio, furono invece convinte a portare i figli dal medico.

 

Scuola

Le assistenti sociali, in particolare durante gli anni della crisi furono attive nelle campagne per la scolarizzazione. In America, già dal 1904 la scuola era obbligatoria per i bambini fino a dodici anni: ma i figli degli immigrati italiani erano il gruppo con la minor frequenza scolastica: essi si limitavano di solito a mandare a scuola i bambini solo nei primi anni d'età perché familiarizzassero con l'inglese. Ma anche qui dovettero intervenire poiché era emerso dalle loro indagini che: la scuola era spesso il primo luogo in cui i figli degli immigrati si rendevano conto di essere diversi e cominciavano a vergognarsi di essere italiani. In un'inchiesta svolta dagli International Institutes l'istituzione scolastica venne denunciata come principale responsabile dei problemi dei bambini stranieri a causa dell'impreparazione degli insegnanti, che non si preoccupavano nemmeno di pronunciare correttamente i nomi dei loro allievi di origine straniera, dei contrasti coi bambini di altri gruppi etnici.  La scuola e l'istruzione si muovevano nell’ ottica di sviluppare il senso di indipendenza e di autonomia nei bambini, scardinando così i vincoli della famiglia etnica.

Gli II organizzarono anche corsi di Inglese per le madri isolate nei tenements affinché potessero comunicare coi figli.

Le seconde generazioni: molto del lavoro delle sw era dedicato alla mediazione dei conflittualità tra genitori sostenitori della tradizione e figli che volevano essere americani (tenere i salari e non dote, frequentare coetanei dell’altro sesso, rifiuto matrimoni combinati) nell’ottica di mantenere unita la famiglia immigrata.

La politica degli II a breve termine ha optato per il mantenimento della vasta sfera dei valori degli immigrati accettandone lingua, religione, struttura familiare, comunità etnica nella prospettiva dei cambiamenti più radicali che si sarebbero verificati nel lungo periodo. Una continuità però sgombra da quelle caratteristiche non compatibili con la nuova società: la rigida divisione dei sessi, le superstizioni, il rifiuto di assistenza medica, il familismo. Una modernizzazione dei costumi svolta attraverso il Social case work “per incoraggiare lo sviluppo delle migliori capacità dell’individuo in rapporto alla famiglia e alla comunità” per abolire il familismo e i residui della famiglia patriarcale sviluppando al suo interno l’individualismo partendo dalla posizione delle donne e dei bambini.

 

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